Il giorno dopo

Improvvisamente è tutto finito. Momento senza poesia. L’arrivo in una città deserta come tutte le altre a più di un miglio dalla costa già viste in viaggio, senza glorie e senza parate. Giusto così, è l’arrivo ideale. Tanto quando si arriva non si capisce niente. Il sole mi aveva cotto il cervello tante volte e da Perugia in poi tra le 18 e le 19 avevo problemi seri di lucidità. Ricordo quei 50 km di delirio prima di La Spezia. Tra le parole di una canzone inglese che girava sul mio iPod avevo sentito “vai che è l’ultimo!”. Già sentire una frase in italiano da una canzone inglese è grave, ma ciò che viene dopo è peggio. Quella frase avviò in me una serie di allucinazioni acustiche e proiezioni mentali. Improvvisamente sentivo Ninni Aragona, mio allenatore di pallamano, che mi diceva “dai cazzo ancora uno! Dai Igor!tranquillino ancora uno e hai finito! Pompa con le gambe!” e c’era li il coach Lecat, allenatore di football americano dei miei Sharks, messo a bordo strada con su il cappellino blu, il fischietto e il cronometro in mano che sussurrava “buono Parpa! Non ti fermare”. Ho cominciato a piangere. Pensavo ai miei compagni di squadra, al tempo che ci divide e che ci terrà lontani. Pensavo che fino a Gennaio ero in stampelle con una gamba rotta e a Lorenzo, amico e tutor in palestra, che mi diceva ” ti rimetto a posto meglio di prima”.
Ero cosciente del fatto che stavo cuocendo il cervello invece di raffreddarlo con i soliti pensieri razionali sulle medie, i chilometri, la via da seguire e lo stato delle gomme. Ero completamente ostaggio della mia emotività pompata alle stelle dalla fatica che improvvisamente diventava voglia di darci dentro e andare più forte.
In quel momento pedalare era regalare pensieri, colmare distanze tra gli amici, muovere la macchina dei sogni. A chi importa se fai un chilometro più o uno in meno? Ieri il delirio ha avuto il suo corso fino a piazza Castello. Poi la botta. Avevo scalato l’Italia dalle infinite vigne marsalesi a quelle immense montagne che si intravedevano davanti il sole rosso fuoco al tramonto su Torino. “non devo pedalare più?ma non sono stanco!”. E pensavo ai miei amici metalmeccanici che staranno in giro mesi a far questo…come fai a tornare a casa e cercare di far capire cosa hai vissuto? È una domanda che ogni volta mi porta alla solita conclusione: raccontare è condividere a metà, ma non puoi fare altro. Forse dal tuo racconto qualcuno prenderà spunto e ripeterà l’impresa o ne farà altre o semplicemente…si farà delle domande.Lo facciamo per questo? Anche. Quando sento “ma c’è bisogno di ridursi così quando ci sono modi più comodi, metodi logici e più razionali per fare la stessa cosa?”. Credo che a quarant’anni da oggi, tirando le somme sulle cose fatte e non fatte e da quali di queste abbia realmente avuto una lezione, dovrò essere in grado di darmi delle buone risposte. Perché ho bisogno di imparare e conoscere nelle modalità che ritengo più adatte, sebbene severe, alla mia persona. So che ci sono modi più comodi come altri più duri…ma l’aver inventato la fotografia non esclude che si possa dipingere.
Vi parlerò presto dell’Italia che ho conosciuto in un post a seguire, verranno poi altri video inediti e gli ipse dixit nonché i doverosi ringraziamenti a tutti voi che mi avete accompagnato.

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About me

Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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