In morte di una montagna di neve

Oggi, alle 12 circa mi è arrivato un sms da un amico: “E’ morto Bonatti!”. Quando ho letto quelle parole, ho troncato una discussione con una collega di lavoro, che mi spiegava il progetto al quale stavo partecipando, e ho sentito staccarsi con un boato un pezzo di mondo attorno a me. Era come se d’improvviso fosse sparito un oceano, una catena di monti. Sparito, è andato. “Ma chi Bonatti? Può essere mai? Impossibile, quell’uomo non può morire, ha 81 anni e ne camperà almeno altri 20!” continuavo a pensare.

Bonatti, l’unico uomo sopravvissuto a una notte all’addiaccio a 8100 m sul K2 ,senza usare ossigeno e senza accusare neanche congelamenti…è morto? Colui che ha sfidato il fiume Yukon in canoa da solo, che ha vinto le montagne più incredibili del mondo quando si arrampicava con le corde del bucato della nonna e i chiodi di ferro fatti dal fabbro, quello che è tornato a casa dopo 6 giorni e 6 notti in parete a -30 gradi,  salvando la vita ai compagni, e che ha esplorato in solitaria il globo con mezzi quasi primitivi scrivendo per Epoca…è davvero morto?

Come fa a sparire una montagna da un giorno all’altro? Può mai un oceano essere risucchiato e sparire lasciando tale vuoto? Ma no, quale vuoto? Ha lasciato tanti di quei sogni, storie e testimonianze da riempire i musei e le vite della gente che continuerà a vivere in eterno nelle imprese degli altri.

Questo ho pensato quando ho saputo della sua scomparsa stamattina. Un uomo tra i più integri e completi del secolo, tra i fisici più eccezionali mai documentati nell’alpinismo, ma soprattutto un uomo onesto.

Ho letto credo tutti i suoi libri, visto gran parte delle sue foto edite, sono cresciuto con i suoi insegnamenti che, con quelli della mia famiglia, nel periodo adolescenziale,  sono stati l’inizio del mio percorso di vita attuale.

Quante volte mi è capitato, stanco morto da qualche parte, di dire “Bonatti farebbe così, Bonatti ce l’avrebbe fatta a occhi chiusi” per poi realizzare “ma io non sono Bonatti…Facciamo a modo mio stavolta prima che ci resto secco”.

Non è facile spiegare una perdita del genere a livello personale. Non è il leader della rock band che scompare e uno si rattrista perchè la sua musica ha fatto parte della propria vita. Bonatti è uno dei cartelli che mi diceva “attento, per andare di qua devi fare questo e poi questo”, un riferimento concreto, un esempio come ce ne sono pochi, anche se non ci siamo mai incontrati e lui non ha mai saputo di me i suoi libri e le sue interviste sono stati decisivi per le mie scelte.

Volevo andarlo a trovare quest’estate in bici, poi ho pensato che magari non era il caso perchè era in vacanza a Monte Argentario e sarebbe stato forse un disturbo inutile. Ho rimandato perchè non avrei saputo come esordire, cosa dirgli. So che magari mi avrebbe pure degnato di attenzione, perchè a lui faceva piacere sentire che i giovani si approcciano all’avventura, qualunque forma essa abbia, ma in qualche modo non mi sono sentito pronto. Ho commesso un errore. Ora sento il dovere di vederlo almeno una volta quel corpo ormai senza vita che ha realizzato i suoi sogni e ha illuminato i miei.

Domenica lo andrò a trovare alla camera ardente allestita a Lecco. Non ci ho pensato due volte, ho fatto subito il biglietto.


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1 Response to “In morte di una montagna di neve”


  1. 1 alessandro amaducci settembre 15, 2011 alle 11:25 am

    molto immodestamente è diventato, di riflesso, un faro anche per me, prima delle tue appassionate testimonianze di stima, ammirazione ed amore per quest uomo, non saprei dire diversamente, io lo conoscevo a malapena. Il suo garbo e la sua mitezza, che ho colto nelle poche interviste disponibili in tv, mi hanno totalmente rapito, così apparentemente lontane dalla “tigna”, che gli deve essere servita in abbondanza, per superare i suoi “arditi” traguardi.
    Fai che Rossana legga le Tue parole.
    a.a.


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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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