Oreto Urban Reportage Part III

Settembre. Le piogge torrenziali di fine estate non si sono fatte aspettare più di tanto. Ho qualche dubbio sul tornare nell’Oreto per il pericolo di una piena o di trovare magari corrente più forte.

Perciò, per avere qualche chance in più, compro un bel canottino da snorkeling, robusto, con fondo trasparente per guardare sott’acqua. Non è ovviamente un oggetto di tecnologia sopraffina, ma mi permetterà di far galleggiare l’attrezzatura e trascinarmela dietro all’asciutto se dovessi essere costretto a nuotare. E’ escluso però che possa usare il canotto sedendomici sopra, perchè porta al massimo 40 kg e io ne peso almeno il doppio. A parte questa new entry l’attrezzatura non è cambiata: muta, zaino, Canon 5D, machete, stivali di gomma.

Scopo della tappa è arrivare ad Altofonte, località spesso indicata come zona sorgiva del fiume, ma avrò presto delle sorprese, dovute alla mia scarsa documentazione, che mi convinceranno a proseguire molto oltre.

Rientro dal Ponte Parco dalla stessa scaletta dalla quale ero uscito la volta scorsa. C’è visibilmente molta più acqua, ed è anche più fredda. Lego il canottino a una cima e lo attacco a uno spallaccio dello zaino con un moschettone.

La marcia è inizialmente abbastanza semplice e a tratti spettacolare. La luce del mattino filtra tra l’umidità creando dei bellissimi giochi di riflessi. Sono in un luogo che sembra un mondo incantato. Scatto una foto che ritrae un fiume, non un canale di scolo o un torrentello. La vegetazione intorno è un insieme di alberi decennali e cespugli. Persino i rovi con questa luce sembrano ricami della natura. L’odore tipico dell’Oreto, quel puzzo sulfureo di fogna, ha lasciato il posto a un fresco profumo di terra bagnata e di muschio. Vedo in lontananza una sagoma colorata che dondola tra i flutti. È un’anatra. Probabilmente si sta riposando prima di ripartire per la migrazione…pensavo che viaggiassero in stormi di più esemplari, chissà che fa da sola?
Proseguo verso monte e l’anatra, per non incrociarmi, va nella mia stessa direzione. È molto più veloce di me e quando la raggiungo la trovo ferma ad annusare l’aria, poi infastidita si rimette a camminare per mantenere la giusta distanza di sicurezza. Improvvisamente sparisce, ci rimango quasi male, il giro di danza con il volatile mi aveva fatto trascorrere un bel momento. Rieccomi ora fiondato nella grigia realtà. Un ammasso di bidoni azzurri di origine sospetta giacciono su una delle rive. Mi limito a documentare senza avvicinarmi più di tanto.
La pendenza intanto aumenta progressivamente. Ad un tratto vedo alla mia sinistra una cavità che rientra  per qualche metro. Ci sono diverse  “canne” (credo calcaree) grandi come un braccio. Qui, dal fondale, si sprigionano delle bolle d’aria, è possibile che vi sgorghi dell’acqua. Attorno a me sono venute sù due colline, ripide e coperte di arbusti. Alcuni metri dopo c’è un laghetto e una conca di roccia strapiombante grigia, diversa da quella vista fino ad ora. Pare che il fiume finisca qua. Ma sono davvero già arrivato alla sorgente? L’unico modo per capirlo è nuotare controcorrente nella strettoia in fondo alla conca e vedere cosa c’è dall’altro lato. Il fetore è tornato, in acqua c’è una sorta di schiuma giallastra che galleggia e si va ad ammucchiare sulle sponde. Metto lo zaino sul canottino e mi ci sdraio sopra di pancia, pinneggiando con le gambe. Più entro nella gola, larga pochi metri, più è difficile nuotare. Per fortuna arrivo presto a una cascatella e riesco a uscire, totalmente fradicio, arrampicandomi su una roccia. Mi preoccupa la forza delle acque in questo punto. Continuo ancora e trovo un’altra cascatella più facile, poi un laghetto.Ecco ora l’ennesima gola, ma questa è molto più ampia, le insenature sono piene di rifiuti e la cascata più alta. Per risalirla perderò quasi due ore. Prima di tutto, lascio l’ attrezzatura sulla riva del lago e vado ad aprirmi un varco con il machete sulla sponda sinistra, coperta di rovi. Da lontano non sembra chissà quale passaggio, ma la roccia è coperta di spine e piante , c’è fango ovunque e le insenature da scavalcare hanno pareti viscide. I rovi sono una noia da sfoltire, sono elastici, e spesso il fendente fa tornare indietro i rami spinosi verso gli occhi. Devo quindi mozzarli con cautela. Poi, pulita la prima insenatura dalla vegetazione, avvicino e assicuro l’attrezzatura a un ramo. Il canotto galleggia sotto di me, come un biscotto nel cappuccino. Ora devo capire come passare e come recuperare la roba. Faccio un paio di tentativi maldestri arrampicando, ma il rischio di scivolare e cadere mi fa desistere. Se cadessi in malo modo rimarrei incastrato tra le pareti a imbuto della roccia e finirei anche parzialmente sommerso dalla schiuma. Vorrei trovare una soluzione che non mi costringa a buttarmi in acqua, ma la mia posizione è pessima e devo rinunciare a ogni tentativo via terra.

Ecco allora l’idea: recupero la cima del canottino, lego un moschettone all’ altra estremità in modo che faccia da peso, la lancio dall’atro lato del dosso verso la cascata, appena sono sicuro che sia ben bloccata salto in acqua, nuoto fino a dove trovo un’uscita , esco, ritorno indietro dalle rocce e recupero la roba dall’alto. Mi spingo quindi fino a dove posso sulla pancia di roccia e tento i lanci. Dopo un pó becco un grosso ramo che tiene bene la corda e torno alla mia insenatura. Mi preparo al salto per arrivare con un solo balzo al di là della schiuma. Mi viene un dubbio: e se l’acqua non è abbastanza profonda? Cosa ci sarà sul fondo? Se ci fossero altri pezzi di metallo e mi ferissi? Chi mai mi verrebbe a cercare? Non potrei comunicare con nessuno perché qua non c’è campo e sono dentro una gola. Pazienza, bisogna saltare. Chiudo gli occhi, serro bocca e naso, per non bere neanche una goccia di quella merda, e vado. Con mia sorpresa scendo almeno due metri e mezzo sott’acqua senza toccare il fondo. Il primo tuffo nell’ Oreto dopo chissà quanti anni! Ora bisogna nuotare. Nuoto allora verso la cascata e risalgo proprio sotto il getto d’acqua. Io di canyoning e robe simili non so nulla, ma so bene quanta forza abbia un torrente, anche se modesto come questo. Devo riuscire a scavalcare senza scivolare sulle rocce perchè non ho corde o altri sistemi per garantirmi una certa sicurezza, che ne sapevo che c’è un canyon nell’Oreto!  Impiego una buona mezz’ora solo per capire come uscirne, ma alla fine, con estrema prudenza, sono fuori. Recupero rapidamente l’attrezzatura e proseguo. Altre cascatelle in roccia bianca, di difficoltà facile rendono gradevole gli ultimi chilometri prima del ponte di via Filicino, in aperta campagna. Mi attendono gli amici del CNSAS che mi vengono a “recuperare” simbolicamente per concludere il nostro percorso “insieme” ( ho sempre mandato la tracciabilità del mio cammino via sms al presidente Giorgio Bisagna). In questa tappa esco quindi dopo Altofonte. Non so come io abbia fatto, ma non mi sono accorto di una deviazione sulla sinistra che imbocca l’affluente che scende dal paese. Poco male perché sono rimasto nel fiume, che è quello che mi interessa, ma devo stare più attento a certe cose! La prossima tappa sarà risolutiva e mi condurrà dove l’Oreto effettivamente nasce, ovvero dalla confluenza di due torrenti minori e puzzolenti. In mezzo ci sarà una pausa forzata di ben 5 mesi, perché sarò costretto a letto con una gamba rotta in seguito a un banale infortunio sportivo. Alla prossima settimana con ORETO URBAN REPORTAGE.

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About me

Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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