“FOTOCICLANDO PER I MARGI” Primo Raduno MTB a Petrosino

Domenica 20 Novembre, in seguito all’invito di Davide Piccione e dell’associazione Musa, sono stato ospite della bella manifestazione “Fotociclando per i margi  e le riserve” avvenuta tra le vigne e le scogliere della zona di Petrosino (Marsala).

L’evento, una pedalata simbolica tra riserve e vigne per documentare e denunciare il degrado ambientale della zona, è stato organizzato dall’Associazione Culturale Gruppo Musa, in collaborazione con l’ASDC Acido Lattico,  patrocinato dal Comune di Petrosino e dalla Provincia Regionale di Trapani e con il supporto  dell’Associazione nazionale dei Vigili del Fuoco in Congedo di Petrosino. Tra le adesioni anche il Coordinamento di Libera Marsala.

Per gentile concessione dell’organizzazione, ho esteso l’invito a Manuel Ardenghi e Ugo Ghilardi, gli amici di Bergamo che in estate hanno fatto 9000 km in bici per riunire le 110 province italiane e che ho incontrato e intervistato in Calabria durante la mia Marsala-Torino  (la loro intervista di quel giorno è qua https://everydayndia.wordpress.com/2011/08/06/6-agosto-amantea-un-incontro-daltro-tempi/).

Io, Manuel ed Ugo ci siamo fatti quindi prestare i mezzi da inforcare,  tre rottami degli anni 80 di due misure più piccole e con i copertoni da strada, praticamente senza cambio. Ma l’importante era partecipare e divertirsi insieme agli altri partecipanti, circa 50 persone di ogni età su bici di ogni genere. Fatta la foto con il gruppo, i bergamaschi hanno regalato agli organizzatori un gagliardetto del CAI  per ufficializzare il “gemellaggio” e ringraziare dell’ospitalità. Il CAI BERGAMO è già stato promotore delle imprese dei nostri due amici e crede molto in iniziative costruttive di questo genere.

Finite le foto di rito è partito il giro. Dopo un breve tratto di asfalto siamo entrati nei campi e abbiamo trovato immediatamente le discariche. Tra le immondizie sinceramente mi sentivo a casa, quel vecchio odore di merda misto a campagna che mi porto dietro dal fiume Oreto mi fa sempre commuovere. Nei miei occhi scorrevano anche le immagini dell’inizio del mio viaggio estivo, quando le immense vigne marsalesi mi accompagnavano in silenzio nelle prime pedalate per risalire lo stivale.

Spesso si ritornava nuovamente in riva al mare, sulle basse scogliere e spiaggette dell’estrema costa sud del Paese, davanti a noi barchette di pescatori in rada a pochi metri dalla strada. Poi ecco Torre sibiliana, i margi Milo, Spanò e Nespolilla, la riserva naturale di Capo Feto, la torre “Ramisella” e i ruderi dei bagli “Salinaro” e “Don Federico”.

Sono passati secoli da quando, da questi solidissimi punti di avvistamento, si intercettavano le flotte nemiche. Si dice che per dare l’allarme di usassero segnali di fumo che venivano poi “inoltrati” di torre in torre in modo da innescare un rudimentale sistema di allarme a catena, che nel giro di neanche 20 minuti riusciva ad allertare le vedette di tutta la costa siciliana.

Al cospetto di queste costruzioni viene da chiedersi come abbiano fatto a restare in piedi dopo anni in balia dell’erosione dei forti venti stagionali, delle tempeste invernali e soprattutto, dell’eterna erosione del sale.

Questa, a mio avviso, è una delle più grandi risorse sprecate della zona. Ho avuto la solita impressione della miniera d’oro sulla quale hanno costruito un porcile.

La riserva di Capo Feto è stata una piacevole sorpresa. Se tutto fosse sistemato e pulito i ciclisti si potrebbero divertire alla grande e ammirare i canali e i ponticelli in tranquillità. Purtoppo l’essere una riserva sembra quasi penalizzare questo luogo. Infatti, giusto per remare contro, qualche locale non perde occasione per fare sfregio.  Come si può vedere da queste foto alcuni incivili hanno pensato bene di scaricare e bruciare rifiuti proprio davanti al cartello di divieto. Dalle nostre parti funziona così…del resto “perchè che è mia la riserva?”.

Vedendo i bambini, alcuni proprio piccolissimi, che pedalano accanto ai genitori in questo cunicolo di piante, terra e sale, schivando i lastroni di eternit e l’immondizia carbonizzata, penso che forse si abitueranno presto a questa condizione di “assenza di natura incontaminata”. Faranno come me, che dopo l’Oreto mi sa che devo trasferirmi in Canada 6 mesi per riprendermi i polmoni e rifarmi gli occhi. Certe volte, quando rimango in città per troppo tempo di fila, ho proprio l’impressione di appartenere alle discariche, non ai boschi o alle montagne. La puzza di città ti abitua, ti ritrovi a esserne assuefatto molto prima che dagli elementi naturali. Chissà loro, piccoli e piccolissimi, se pensaranno che il mondo è solo questo e si rassegneranno, o se imboccheranno un’altra strada?

Intanto apprezziamo chi si è messo a disposizione, chi ha creato l’evento e cerca di stimolare la sensibilità dei locali. Infatti queste manifestazioni in zone come quella di Petrosino non sono certo all’ordine del giorno. Qui è un’altra realtà culturale “rasa al suolo” che è abbandonata ai propri sforzi e che cerca, tramite associazioni e imprenditori pieni di buona volontà, di riattivare dei meccanismi che portino a una maggiore consapevolezza delle problematiche ambientali, economiche e sociali, ma soprattutto a un miglioramento della situazione.

“Ci siamo divertiti molto” dicono Ugo e Manuel, “la zona è bellissima, le torri affascinanti, la gente affettuosa e di grande ospitalità. E’ incredibile come a distanza di 2000 km ci siano differenze così grandi negli spazi verdi a disposizione. Al nord i bambini hanno parchi a volontà e ben tenuti, è un peccato che queste meravigliose campagne selvagge non siano valorizzate. Basterebbe forse controllarle di più, mettere qualche panchina, qualche cassonetto e vedi come viene la gente a vivere la riserva!”.

Purtoppo il problema è più complesso, ha radici profonde e per tirarle via il lavoro è secolare.

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About me

Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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