“Emigrare è crudele”

IMG_2926Mario decise di emigrare quando suo padre si ammalò. Per cercare un lavoro stabile e remunerativo, partì da Avellino nel 1968 all’età di 16 anni con un diploma da tornitore, sapendo solo che in Canada faceva freddo. “Portati o’ cappuot!” gli dicevano i compaesani, “Ma è agosto!” rispondeva lui, “E puortatill’ o’ stess!”.
Per fortuna Mario non portò il cappotto con sé perché ad agosto, ad Hamilton-Ontario, faceva più caldo che in Italia.

A quel tempo non c’erano tonnellate di documenti da produrre o liste di “skills” a cui appartenere per entrare a lavorare in questo Paese. Mario venne presto assunto per spazzare il pavimento in una grossa falegnameria con una paga oraria equivalente ai 20$ l’ora di oggi. Niente male per un ragazzino appena sbarcato.

Da bravo osservatore, in pochi mesi aveva già carpito le tecniche di diversi manovali che lavoravano intorno a lui.
Un giorno, durante la pausa pranzo, il gruppo di operai addetti alla pressa aveva interrotto il montaggio di un mobile appena incollato. Questo avrebbe dovuto essere assemblato per mezzo di un macchinario, la pressa appunto, che comprimeva i pezzi tra loro per alcuni minuti, rendendo efficace l’effetto della colla.

Mario sapeva bene che, lasciando il lavoro a metà, gli operai avrebbero condannato quel mobile all’inceneritore, poiché senza l’opera della pressa, la colla si sarebbe asciugata senza fare
presa e sarebbe stato uno spreco di tempo e materiali.

Allora si guardò intorno e tentò di rimediare al danno. Fece il lavoro dei tre operai bene e in meno tempo. Il proprietario, diretto anche lui alla mensa, notò quel ragazzo intento a salvare il mobile in orario di riposo e decise di nominarlo assistente tornitore, con un aumento di stipendio. Causa della promozione: la buona volontà.

Una sera mentre tornava a casa dalla scuola di inglese, vestito con i suoi abiti migliori, due farabutti lo avvicinarono credendolo ricco e cercarono di rapinarlo brandendo un coltello. Un paio di fendenti dati a casaccio costrinsero Mario a farsi scudo con le mani e il coltello lo affettò per bene.
Sporco di sangue, corse a casa dagli zii che lo ospitavano e lavò i vestiti sotto la doccia, dicendo poi di essersi tagliato con una mattonella in casa. L’episodio lo convinse a vestire come gli altri ragazzi anche per andare a scuola.

Qualche anno dopo decise di tornare in Italia. L’emigrazione era per lui “una crudeltà, che non aveva senso se non quello di migliorare la propria vita e poi tornare”. Senso di colpa per aver lasciato la famiglia in patria, ma anche solitudine e nostalgia di casa.

Un giorno fece una telefonata cercando un amico, ma il numero era sbagliato. Al posto della persona che cercava aveva risposto una ragazza sconosciuta, ma interessante.

Quella ragazza diventò sua moglie, comprò con lei una casa ed ebbero due figli. Niente rimpatrio quindi per Mario, il quale continuò a lavorare in Canada ancora per anni per crescere i figli e portarli in Italia quando possibile.
“Noi abbiamo lavorato tanto e sono fortunato che i miei figli parlino l’italiano e amino andare in Italia, perché emigrare per me è stato crudele, durissimo, ma almeno il mio amore per il nostro Paese continua con loro. Quando ci vado e scendo dall’aereo e metto piede a terra, io mi sento subito meglio, felice. Certe volte penso che non sarei mai dovuto partire”.

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1 Response to ““Emigrare è crudele””


  1. 1 Senofonte aprile 26, 2013 alle 9:31 am

    O forse avrebbe rimpianto di essere tornato. Emigrare è crudele ma potrebbe esserlo anche il contrario, cioè essere costretto a restare. Io credo che emigrare non sia solo sacrificio, è l’opportunità di conoscere altri luoghi e altre persone, è l’opportunità di guardare con occhi diversi la propria terra attraverso gli altri.


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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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