In the bear lands

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Uscire da Prince George oggi è stato difficile. Mi ci sono volute 6 ore per trovare il passaggio giusto verso Dawson Creek. Un tizio che mi ha aiutato a uscire di città mi ha messo in guardia ” Occhio quando campeggi fuori, ragazzo, qua sei in ‘bear land’. I Grizzly sono ok, ma gli orsi neri…sono curiosi quei bastardi, si infilano la testa dappertutto in cerca di cibo. Anche se il pericolo maggiore sono i coyote. In branco sono degli arroganti e hanno fatto a pezzi una tipa qualche anno fa da queste parti. Per questo ho sempre due fucili con me”.

Io con due fucili non ho visto sparare neanche Chuck Norris, e mi sembra esagerato il discorso sugli orsi, ma è pur vero che oggi ne ho visto uno per strada, un orso nero appunto, che si faceva gli affari suoi e non temeva l’auto ferma a poca distanza. Un frame del video di questo avvistamento lo pubblicherò appena trovo un computer. Ci sono anche un paio di alci in zona. prevalentemente femmine, tranquille, giovani, belle. Sarà che ero in macchina, ma non ho avuto il minimo senso di minaccia da parte di questo o quell’animale, piuttosto un senso di imprevedibilità da rispettare.
Nei 300km tra Prince George e Dawson Creek, il passaggio è talmente meraviglioso e vario da restare sconvolto a ogni curva. Laghi ghiacciati, monti innevati, spazi immensi e strade che incrociano fiumi ogni due o tre chilometri.

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Verso sera, mi hanno lasciato in questa locanda gestita da un ragazzo che giocava a football americano e allena i balfour . In pieno stile canadese mi ha offerto un divano. Il posto è interessante, domani ne sapremo di più. Whitehorse intanto, è a soli 1500km.

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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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