Dawson City, dove vivi il far west

Quando, poche ore fa, il mio amico cowboy è uscito dalla stazione di servizio di Dawson, ha sbottato “Fuck! The pass to Eagle is closed! Too much snow!”. Furibondo per dover tornare fino a Whitehorse e imboccare di nuovo la Halaska Highway verso Fairbanks, a poco non mi salutava neanche. Poi, messo in moto il pickup, ha abbassato il finestrino, ha sussurrato “Good luck amigo” ed è sparito tra la polvere.
Così mi trovavo da solo a Dawson, nel silenzio totale, interrotto solo da un corvo che volava basso sulla neve.

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Sono ora al Westminster Hotel, il più vecchio, decrepito, meravigliosamente osceno, hotel di tutto lo Yukon. Pavimenti storti e scricchiolanti, stanze vecchie a partire da 55$ a notte. Dati i prezzi domani dovrò chiedere al sindaco (a Vancouver per lavoro) di trovarmi un tetto, o non avrò che da campeggiare sulla neve.

La città si presenta praticamente deserta, ma incredibilmente affascinante. Tutto sembra come congelato nel tempo:i vecchi hotel, i Saloon, le persone. Il Kena, battello a vapore che solcava lo Yukon a inizio secolo scorso, è messo in secca sulle rive del fiume.

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Dato il lungo inverno, circa un metro e mezzo di ghiaccio ricopre il fiume, e il disgelo è uno spettacolo che non vorrei perdere.

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A metà maggio circa infatti, le acque cominciano a premere sotto il manto gelato, indebolito dall’innalzamento della temperatura, e si assiste a vere e proprie esplosioni improvvise di vapore e ghiaccio, che producono suoni simili ai un temporale.

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Domani a pranzo vedrò il sindaco Wayne Potoroka, ma prima vi porterò a vedere le meraviglie del centro visitatori, ricco di cimeli della Gold Rush. Per foto e filmati la luce è perfetta…il sole non tramonta più.

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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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