Essere giovani nel wilderness

Mi sono spesso chiesto cosa fanno i giovani in un paese di neanche 2000 abitanti in mezzo alla foresta. Durante lo scioglimento delle nevi, la mattina si va al lavoro, nel pomeriggio si gioca a hockeyball o si guarda lo sport in tv al bar e la sera si beve con gli amici. Ogni sera, litri e litri di birra e whisky annegano le menti dei dawsoniani. Anche durante la gold rush qua si beveva forte. Nelle città abbandonate ci sono ancora bottiglie di vetro sparpagliate ovunque.
In estate si va a nuotare al fiume o si va in canoa. Tantissimi sono i sentieri in montagna e i luoghi di raduno nella foresta per party ad altissimo tasso alcolico, che durano per tutto il weekend. C’è anche chi va a caccia ovviamente. Ieri un giovanissimo nativo mi spiegava cosa si fa del corpo dell’alce dopo l’uccisione, secondo la tradizione dei suoi antenati. Era sconvolto dal fatto che io non avessi mai ucciso niente di più grande di un pesce. “Ok…ricominciamo” ha borbottato dopo aver capito che non ho esperienze dirette di caccia “dopo che hai sparato all’alce, assicurati che l’animale sia morto.

Moose

Moose

Non puoi squartarlo da vivo, soffrirebbe. Poi preghi per la sua anima e lo decapiti. La testa, una volta rimossa, deve essere messa da parte, non deve guardare il corpo. È importante, sarebbe irrispettoso nei confronti della preda, ti perseguiterebbe nei sogni. Se non puoi decapitarla puoi cavarle gli occhi. Dunque, quando hai finito con la testa passi al corpo. Aprilo in due, rimuovi le budella, stacchi dalla spina dorsale tutto quello che vi è attaccato e, facendo attenzione, separi il cuore da tutto il resto. È delizioso, la carne è tenera, mangialo in giornata. Poi puoi caricare la carcassa sul tuo pickup e la fai macellare da qualcuno o te ne occupi tu. Metti la carne in freezer e ci sfami la tua famiglia per un paio di settimane. Se non hai un freezer devi agire in fretta, devi fare a pezzi l’animale sul posto, poi metti la carne in un igloo, se è inverno, o costruisci un riparo e la metti sotto sale. Puoi farla seccare, ma devi saperlo fare e scegliere il posto giusto”.

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Sono finalmente riuscito a parlare con il sindaco, il quale mi sta aiutando a trovare delle risorse per la spedizione dell’anno prossimo. Oggi ho anche annunciato le mie intenzioni alla radio locale. Meraviglioso parlare con Michael “the artist in town”, di wilderness e di storie di avventura. Speriamo che questo porti a qualcosa di utile in termini di sponsor. La neve intanto scioglie rapidamente. Rispetto a quando sono arrivato qua, neanche una settimana fa, è nettamente diminuita e sta scoprendo l’erba bruciata da gelo. Filmare ” l’ice break up” sarebbe un privilegio.

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5 Responses to “Essere giovani nel wilderness”


  1. 1 Giovanni maggio 11, 2013 alle 10:30 am

    fantastico..

  2. 2 claudia maggio 11, 2013 alle 5:52 pm

    Orgogliosi di te…bravo Igor!

  3. 3 Arrow maggio 12, 2013 alle 8:30 pm

    Qual’è il progetto per l’anno prossimo?

  4. 4 Pablo maggio 13, 2013 alle 11:28 am

    Hola Igorazzo
    hai visto lo “tsunami” di ghiaccio di un lago tra il CANADA E GLI USA?

  5. 5 Pablo maggio 13, 2013 alle 11:31 am

    …è partito l’invio. Le immagini sono affascinanti così come gli scritti..drink di benvenuto e di buon auspicio per la prossima avventura al tuo rientro nella “sfascinata” Palermo!!!
    Hasta luego


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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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