Missione compiuta e nostalgia infinita

Quando la mia amica Aileen, giornalista di Toronto con un passato nello Yukon, mi disse che molti non tornano mai più da Dawson City,presi la cosa sottogamba.

“Specialmente per gente come te, che ha bisogno di spazio…potrebbe essere l’inizio di una lunga storia” continuò Aileen mentre sorseggiava del caffè nel suo appartamento su Bloor Street Est.

Pensavo a queste parole mentre guardavo i desk del check in all’aeroporto di Whitehorse, tre giorni fa. Le montagne innevate che vedevo dalle finestre erano ancora illuminate dalla meravigliosa luce morbida delle undici di sera.
Mi sentivo uno che aveva appena trovato l’oro e lo aveva lasciato in riva al fiume. Una sensazione molto simile al mal d’amore, un bruciore allo stomaco che ti invade dalle budella al cervello, ti riscalda e ti accelera il battito cardiaco.

Quel fiume che scorre rapido accanto alle case di Dawson City, scorre ancora nei miei pensieri e nelle mie stesse vene. Pensavo di essermi ormai abituato agli addii, a lasciare persone e luoghi, ma evidentemente sono ancora soggetto a questi attacchi nostalgici e non credo sia possibile liberarsene.

“Gli addii nel Grande Nord sono ancora pieni di emozioni […], e penso che questo sia dovuto anche alla qualità e quantità di esperienze che si vivono da queste parti”. Così diceva Bonatti nel suo libro “In terre lontane”, che ha ispirato il mio viaggio nello Yukon.

È tutto vero, ed è ancora così cinquant’anni dopo il suo passaggio in queste terre selvagge.
Lo scorrere dello Yukon, il crepitìo dei blocchi di ghiaccio spioventi sulle sponde che sciolgono al sole, e quella luce delicata che accende le notti di un mondo senza stelle. La natura deve aver avuto un bel daffare per creare un posto tanto affascinante da non rendere gli uomini nostalgici del firmamento.

Dawson rimane una città polverosa e dall’apparenza sporca e decadente, ma è a mio avviso il prototipo di perfezione, la migliore selezione possibile di comunità canadese. La parola d’ordine è “no rush”, pochi cellulari in giro, tre poliziotti in tutto, un sindaco part time, diversi bar dove ubriacarsi al weekend, tra una partita al pool e un ballo country, sorseggiando whisky e Yukon Gold davanti alle partite di Hockey in tv. Nessuno gira con quelle grosse cuffie ingombranti con musica a palla per isolarsi dall’esterno. Non serve. Tutto è a portata di mano, immediato.

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Certo il wilderness non risparmia. Tutti hanno perso almeno un amico nel fiume e le pareti del bar sono tappezzate di foto di clienti/amici che hanno alzato troppo il gomito e sono ormai residenti al cimitero dello YOOP su 8th Street o al Midnight Dome.

Facilmente giudicabile dalla nostra società fintoperbenista e salutista, questi costumi sono quasi necessari nel Grande Nord, specialmente d’inverno. Quando fuori fa -60C e il sole non sorge mai, si rischia di impazzire e bisogna pur trovare un diversivo dopo l’orario di lavoro.

Con tutto questo infinito intorno, la vita sembra una benedizione ogni giorno che passa, bisogna afferrarla, fare festa, stringerla tra le dita prima che svanisca.

Sono felice di aver lasciato Toronto per incertezze e avventura. Il mio sopralluogo ha avuto i suoi frutti. Ho trovato degli amici che mi possono aiutare nella preparazione della spedizione in canoa, sulle orme di Bonatti. Mi forniranno mezzo e provviste. Certo, mancano degli sponsor più grossi che mi paghino le bollette mentre sono via. Ma chi se ne frega? Lavorerò sodo da qualche altra parte e raccoglierò il necessario.
Ho parlato con diverse guide di Whitehorse, canoisti esperti, e tutti mi hanno incoraggiato e rassicurato sulla fattibilità dell’impresa, sebbene io non abbia mai visto una pagaia in vita mia.

Di questa avventura darò i dettagli più avanti. Per ora posso dire che ripercorrerò tra il giugno e l’agosto del 2014 il fiume Yukon e Porcupine sulla stessa rotta di Bonatti e con la stessa tecnologia al seguito. Per quel tempo avrò cognizione e capacità/allenamento necessari a sopravvivere, migliorerò la tecnica dell’auto-ripresa e dell’orientamento senza mezzi elettronici.
Non posso restare in attesa di aiuti economici per fare questa vita. Continuerò, perché non posso tollerare che ogni giorno sorga il sole su quel fiume e io non ne sia testimone, perché sto dormendo sicuro nel mio letto. Non posso perdermi tutto questo. C’è solo una vita, dura poco. Tutto il resto è un ammasso di scuse.

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Il mio articolo sulle tracce di Bonatti a Dawson uscirà oggi su La Voce di NewYork

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2 Responses to “Missione compiuta e nostalgia infinita”


  1. 1 Alessandro maggio 26, 2013 alle 2:14 am

    Sei messo malissimo

  2. 2 Pablo maggio 28, 2013 alle 7:27 am

    Felizitad amigo.
    Grande come sempre ed ero sicuro per questa tua ennesima riuscita sul progetto che volevi coronare…concordo nella tua riflessione. Aspetto tue notizie al rientro…mercoledì 5…birra infinita!!
    Un abbraccio.
    Pablo


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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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