La prima volta sul Po

mecanoa!day

 

La prima lezione su canoa canadese, con l’amico fotografo e paddler Alberto ( www.albertosacherofotografo.com), è andata bene.

Alberto è stato molto paziente, mi ha messo su una canoa un pò “ballerina”, più corta e meno stabile di quella che avremo nello Yukon (anche lui andrà nel fiume a fine Giugno in solitaria, più o meno fino al confine con l’Alaska).

Tra lunedì e martedi prossimo dovremmo fare delle sessioni di allenamento in zone più difficili e su due canoe. In tandem è ovviamente più semplice. La prima volta è stata più focalizzata sul timonare, entrare in corrente e  ” in morta”, e su prove di traghettamento.

La tecnica rispetto al kayak è diversa. Non si timona con i piedi, ma con la pagaia e con le ginocchia (nelle manovre che richiedono maggiore attenzione). Nel complesso è comunque un mezzo comodo per capacità di carico (le 16 piedi caricano fino a 600 kg), altezza, libertà di scendere a terra in condizioni anche difficili e stabilità. Ne capirò di più dalle prossime volte.

Non è poco come primo approccio, ma almeno per timonare (ancora senza spostamenti laterali) non ho avuto grandi problemi.

Il Po è puzzolente, ma è pieno di vita. Tantissimi uccelli, tartarughe, pesci di dimensioni allarmanti, topi, ecc…

L’acqua è freddina perchè è da scioglimento (nevai e ghiacciai in quota). Per sicurezza infatti, durante le prossime prove più difficili, useremo delle mute adatte e life jacket.

 

 

 

 

 

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4 Responses to “La prima volta sul Po”


  1. 2 paola marzo 29, 2014 alle 9:16 pm

    Il tuo dovere reale è preservare il tuo sogno (Modigliani).

    Un enorme in bocca a lupo

  2. 4 Pablo aprile 7, 2014 alle 8:46 pm

    Non c’è tempod’interessarsi a tutto. Ci si può soltanto interessare a ciò che ne vale la pena. Aldous Huxley

    Conoscendoti da quando avevi 13 anni sono certo che porterai al termine anche questa esperienza con tutto quanto meriti.
    Con stima e affetto

    Pablo


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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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