Training e arrivo in Canada

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I giorni con Cristian, canoista e guida di “open canoe open mind” ,con base a due passi da Treviso, sono passati subito.
Cristian mi è stato indicato da Beppe Faresin, che ha già navigato una parte dello Yukon l’anno scorso e non mi ha potuto seguire di persona per motivi di lavoro. Personaggio carismatico, con grande esperienza di arrampicata e canoa, Cristian vive con la sua compagna Carola – anche lei appassionata di canoa canadese e guida dell’associazione – in una casetta molto accogliente sulla riva del fiume Sile. Alleva polli, tacchini e oche, coltiva l’orto. Da anni lui e il suo team sono impegnati nella tutela e valorizzazione del grande patrimonio di Acqua del Veneto sviluppando progetti di turismo eco sostenibile. Insomma, i ragazzi di open canoe open mind si danno davvero da fare.

Il training insieme è stato più che altro un provare alcune delle situazioni peggiori che potrei trovarmi ad affrontare da solo. In primis il rovesciamento della canoa e il nuoto in fiume.
Nel tratto del Sile in cui abbiamo lavorato, a parte un po’ di corrente e di schiuma, ho potuto verificare che il nuoto è stato molto più facile del previsto. Niente a che vedere ovviamente con lo Yukon o con il mare forza quattro dal quale abbiamo tirato via un bagnante l’estate scorsa in Liguria, ma ho potuto farmi un’idea di come raggiungere la “morta” in condizioni ottimali, calcolando le linee di spinta della corrente.

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Rovesciarsi in canoa (in fiume come in lago) è un’esperienza che può creare problemi molto seri quando si deve gestire questo tipo di emergenza da soli. Ci sono molte tecniche per risalire a bordo, abbiamo però appurato che lo scafo, anche se solo parzialmente allagato, diventa difficile da governare e le manovre di risalita e svuotamento richiedono buona padronanza della tecnica e molto sangue freddo. Operare fuori bordo, nella corrente, senza poter governare, è un’impresa sfiancante ed è improbabile raggiungere l’obbiettivo.
Meglio attaccarsi all’estremità più a monte dello scafo sfruttandone il supporto di galleggiabilità, direzionando la canoa verso la riva con l’aiuto delle gambe come timone. Ovviamente il tutto con l’ausilio indispensabile di attrezzatura adeguata come ad esempio life jacket e meglio se con una muta stangna (o semistagna) per evitare di arrivare a riva con l’ipotermia in corso e fisicamente provati.
La muta che indossavo, prestatami da Cristian , aveva il pantalone bucato. Ho quindi provato subito la sensazione dell’acqua a otto gradi, che ti stringe nella morsa del freddo in pochi secondi, senza darti respiro.

Cristian ha poi valutato che la mia tecnica di pagaja ha ancora molte lacune (il giorno precedente lo avevamo decicato ad un work-shop sulla tecnica di conduzione dello scafo in solo). Se scendessi il fiume ora la mia vita dipenderebbe solo dall’istintiva lettura dei pericoli e dalla mia capacità di sopravvivenza alle avversità tipiche dell’ambiente fluviale canadese. Bonatti poteva permetterselo, affidandosi a una lettura degli elementi e a una resistenza eccezionale. Io no.
La mia conoscenza del mondo della canoa in questo momento non basta. Arrivato a Toronto da poco quindi,ho subito chiamato Aileen, la mia amica giornalista che scriverà in inglese su questo blog per il pubblico straniero. Lei, ex yukoner, conosce un tale John Ladder, che è stato sindaco di Dawson nonché un famoso paddler e grande conoscitore del wilderness canadese.
Appena il fiume sarà navigabile seguirò lui o chi mi potrà allenare per almeno tre settimane, prima di mettermi in acqua da solo. Comprerò la canoa, comprerò l’attrezzatura, e passerò le giornate sul fiume per diventare pian piano parte dell’ambiente che andrò ad esplorare. Ma ora pensiamo all’autostop.
Fa ancora freddo e domani mi dovrò mettere in strada.

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1 Response to “Training e arrivo in Canada”


  1. 1 Alessandro maggio 3, 2014 alle 7:34 pm

    Oggi 3 magg io alle 12:30 circa Igor ha finalmente trovato un passaggio e ha lasciato Vaughan diretto a nord sulla 400. E’ arrivato a Barrie e dopo 15 minuti ha trovato un altro passaggio che, a quanto pare, lo portera’ fino a Winnipeg in Manitoba. A meno di contrattempi …


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About me

Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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