Sulle Rockies con un Vietnamita

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Dopo che John si è offerto di portarmi addirittura fino a Banff, Alberta, diventando il mio passaggio più lungo, con ben 3450 km, sono rimasto a dormire in questa specie di Cortina D’Ampezzo canadese. Bello tutto intorno, ma il paese è solo una vetrina per spendere soldi. La mattina presto di ieri ero già in strada in direzione nord, sperando in un altro “long ride”. Nevicava e tirava vento. Dopo qualche minuto ho dovuto vestirmi di tutto punto con roba impermeabile e pesante, poiché stando fermo il freddo stava diventando un problema. Mentre goffamente infilavo i pantaloni da montagna sopra i jeans, ecco sbucare dalla nebbia una vecchia Toyota blu con un cinese dentro.

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Tem, pescatore vietnamita (non cinese come credevo), di cinquantotto anni, andava in BC per rilevare il peschereccio di un suo amico e mettersi a cercare salmoni nel Pacifico. Non un drago alla guida, piuttosto insicuro nell’inglese e incredibilmente impreparato in materia di neve, Tem prima ha sbagliato strada (non leggeva neanche bene i cartelli) rischiando di portarmi a Vancouver, e poi si è immesso nel parco di Jasper, salendo di quota… Strade sommerse da neve e ghiaccio, vento, nebbia, auto vecchia e instabile. L’intuito mi mandava input negativi. Domanda “Ma perché non monti le catene?”, risposta “quali catene?”. Dopo dieci minuti eravamo incastrati a bordo strada, sotto un manto bianco che ci ha ricoperti fino al parabrezza.

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Gli chiedo una pala per cominciare a scavare e lui tira fuori dal bagagliaio una padella e un palo di ferro pesantissimo. Roba da tajiki davvero! Cominciamo a spalare con foga la montagna di neve che avvolge le ruote e che si è intanto compattata sotto al motore. Eravamo a 150km dal prossimo paese e avrei trovato facilmente un altro passaggio, ma non potevo lasciarlo da solo in quello stato. I canadesi capivano a mala pena il suo accento. Vedevo che i pneumatici erano gonfissimi e non avevano la minima aderenza. Ripescando dalla memoria le tecniche imparate durante il Mongol Rally (sia su sabbia che su neve) decido di sgonfiare parecchio le ruote, mettere una “guida” di legno e dei tappetini appena davanti al battistrada e con l’ausilio di due ragazzi di passaggio riusciamo a spingere il mezzo fuori da quel casino.
Per fortuna è spuntato anche il sole e il ghiaccio si è sciolto presto.
Arrivati a pochi passi da Jasper con quel catorcio di auto, il buon Tem mi ha invitato a cena in un Resort per strada, per festeggiare la nostra piccola sventura a lieto fine.
Si è offerto di darmi un passaggio a “Jappe” (Jasper) ma io volevo dormire in riva al fiume e ripartire la mattina dopo.
Era preoccupato per me, ma ha capito che me la sarei cavata. Dal canto mio l’ho invitato a prepararsi meglio per i lunghi viaggi primaverili: ” Mi raccomando Tem, gonfia le ruote appena arrivi a Jasper e comprati una pala porca miseria!!!”. Ho preparato con calma l’accampamento per la notte. Il posto era a dir poco meraviglioso e sebbene la temperatura fosse vicina ai dieci sotto zero, è stata una nottata serena. Faceva ancora molto freddo quando, verso le sei del mattino, ho dovuto grattare via il ghiaccio dal telo interno della tendina per poterlo piegare bene e conservarlo nella sacca.

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Dopo quasi tre ore e mezza di attesa in quel posto bello e gelido, mi ha preso un americano diretto in Alaska. Personaggio di grande carisma, umile e sincero, con grande esperienza di wilderness, McBride, di origini ovviamente irlandesi, ma residente in California, va spesso in Alaska. Una volta ha anche curato la manutenzione di un Lodge in mezzo alla foresta per ben sette mesi, da solo. I suoi racconti di orsi e wolverine mi hanno dato moltissime nozioni in più sul comportamento di questi animali. Mi ha scaricato fuori Prince George ed è corso a Bear Lake a pescare e cercare oro con il suo metal detector nuovo.
Ora sono alla biforcazione che da Dawson Creek porta a Fort S.John. Da qua parte la strada che si immette nella Alaska Highway e porta dritta nello Yukon Territory.
Nota curiosa della giornata di ieri: negli ultimi duecento chilometri abbiamo visto ben cinque orsi neri per strada, diversi elk e due giovani alci.

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1 Response to “Sulle Rockies con un Vietnamita”


  1. 1 Alessandro maggio 8, 2014 alle 6:38 pm

    Ma che ci sto a fare in giacca e pantaloni chiuso in ufficio? Ah gia’. Pago il mutuo


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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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