Il piano

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Terminato l’avvicinamento in autostop, con il tizio arrestato in ontario/il vietnamita che si è schiantato sulla neve/le bufere sulle Rockies, le settimane di preparazione del viaggio e la ricerca di indizi del passaggio di Bonatti nello Yukon, hanno portato ottimi risultati in esperienza, storie e immagini.

Ora, a Whitehorse, preparo l’aspetto che mi occupa di più la mente al momento: l’attrezzatura.

Nel frattempo ripasso il piano sulla mappa:

Parto da Whitehorse in settimana e cerco di dirigermi a nord fino a Fort Yukon-Alaska. Provo a volare con un cargo che mi porti anche la canoa fino a Old Crow-Canada. Ritorno quindi a Fort yukon via acqua sul Porcupine e continuo fino a Tanana-Alaska. Affondo/vendo la canoa e vado a Fairbanks…poi chi lo sa. In poche righe siamo già andati avanti di trenta-quaranta giorni. Il piano per ora va bene cosi. Mi fermo, perché mi sembra già troppo lontano nel tempo. Così come l’avvicinamento mi pare sia avvenuto sei mesi fa.

Ho deciso il nome della canoa. Lo dipingerò sulla prua e ve lo renderò noto, con una piccola spiegazione del perché proprio quel nome…

Intanto su LaStampa (grazie Sport Senza Frontiere Onlus e Francesca Cusumano!)

http://www.lastampa.it/2014/06/17/scienza/ambiente/focus/avventura-in-alaska-chilometri-in-canoa-sSFgbnu9ZaQh67cnqZ7UAP/pagina.html

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1 Response to “Il piano”


  1. 1 Ada Hauteville Manfrè giugno 20, 2014 alle 6:30 am

    Ammiro ciò che tu stai facendo. E’ sempre stato un mio grande sogno, vivere giorno per giorno senza sapere cosa possa accadere l’indomani. Viaggiando in luoghi immersi nella natura, nella ruralità e nella genuinità. Muovendosi con il necessario per sopravvivere. Ma poco importa, perchè la sopravvivenza non viene data dal denaro, ma dalle persone che incontri e dalle esperienze che raccogli. Un giorno, si, farò anche io così!

    Complimentissimi!Ed in bocca al lupo.


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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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