Fort Yukon, Alaska Pt.1: Dove il vento piega la foresta

Lasciare Dawson City e’ stato emozionante. Alcuni amici mi hanno raggiunto al dock mentre caricavo la canoa, per un saluto affettuoso.” Gli addii nel Grande Nord sono sempre molto intensi”. La mattina della partenza, Holly, barmaid del Pit, mi aveva indicato due signori seduti al bancone: “Hey Igor, questi due gentlemen sono canoisti che vanno fino al mare di Bering, magari potete fare un pezzo assieme”. Holly non poteva sapere che questa semplice indicazione avrebbe cambiato, in meglio, il destino mio e dei due misteriosi paddlers che stavano dando fondo alla bottiglia dopo i primi settecento chilometri del loro lungo viaggio. Rob e Bill, baldi sessantenni di Vancouver, le stavano raccontando che questa spedizione era un sogno nato dalla loro prima pagaiata assieme sullo Yukon nel 2010 (da WH a Dawson) e che avevano anche raccolto 7000 dollari per l’associazione “Make a Wish”, che esaudisce i desideri di bambini malati, considerati ormai terminali.

billrobcanoe

Con loro ci siamo ritrovati, per caso, su un’isola appena fuori il villaggio fantasma di 40 Mile (83km a nord di Dawson). Nei giorni seguenti, pur pagaiando da solo, li ho ritrovati con piacere durante la sera, e abbiamo potuto festeggiare la buona giornata con un po’ di Fireball (liquore dolce locale).
La nostra media, nonostante il solito fastidiosissimo vento pomeridiano, era circa di 80/100 km al giorno, coperti da loro in una decina di ore e da me in circa undici/dodoci.

bears

In due giorni eravamo quindi gia’ a Eagle, attraversando gli ultimi canion dello Yukon canadese ed entrando in Alaska. In quattro giorni e mezzo eravamo a Circle, dove il fiume diventa largo piu’ di un miglio e dove cominciano i Flats. Da qui parte una vasta area (grande piu’ o meno come la Pianura Padana) in cui lo Yukon misura fino a 3 km in larghezza e orientarsi è stato difficile anche per Bonatti, date le migliaia di isole e canali, che spesso diventano scoraggianti paludi popolate solo da castori e zanzare, e dove montagne di tronchi spezzati si ammassano su secche e spiagge. Uno spettacolo davvero inquietante, in cui il fiume sembra ricordarti quanto possa essere temibile durante una piena, e quanto sia fragile tu in questa dimensione primordiale.

Io, Bill e Rob, sapevamo bene che il vento avrebbe potuto causare problemi e, poiche’ obiettivamente la loro mappa era poco precisa (stampata da Google Maps) e non avevano neanche una bussola (…!) abbiamo deciso di attraversare insieme questo labirinto che si rivelera’ un massacro di cinque giorni, in cui il nostro unico scopo sarà sopravvivere, pur proseguendo, vittime di una condizione metereologica assolutamente anomala e straordinaria.

Approfondiro’ il discorso meteo nei post successivi poiche’ questo fenomeno e’ davvero interessante. Ne sto parlando con i nativi di Fort Yukon , seriamente preoccupati per il cambiamento climatico repentino, e vorrei darvi nozioni piu’ precise e dettagliate.

 

Ma torniamo ai Flats.
Normalmente sono considerati una zona desertica di transizione tra la Taiga e la Tundra dei Caribou. Il fiume scorre ancora veloce, l’acqua e’ leggermente piu’ calda e la vastita’ del letto, come ho detto, crea una gran quantita’ di zone ristagnanti separate da isole di ogni forma e dimensione. Poco a sud di Fort Yukon, citta’ con il record di temperatura massima e minima in Alaska (100 e -80 farenheit), si attraversa il Circolo Polare Artico, ma il clima estivo e’ notoriamente afoso e il fiume considerato una “easy and nice paddle”. Obbligatorio fermarsi, come faceva Bonatti, durante i temporali, ma in generale la notte si viaggia bene e la pioggia è considerata un evento raro. Anche in condizioni normali comunque, non sapere leggere una mappa o usare la bussola potrebbe causare problemi seri. Perdersi del tutto è praticamente impossibile, la corrente prima o poi si trova, ma si rischia di incappare nella Halfway Wirphool (zona di correnti vorticose da attraversare nel canale più vicino alla sponda sinistra) o di passare troppo lontano dalla città di
Fort Yukon (sulla destra, dopo un labirinto di canali enormi) e non poter uscire dal fiume per altri 200 km. Chiaramente anche il GPS ( che noi non avevamo per scelta) puo’ risultare un oggetto piuttosto inutile in questo caso. Non esiste una mappa aggiornata delle isole dei flats, poiche’ a ogni icebeakup se ne creano di nuove e ne spariscono altrettante. Unica soluzione, come mi disse Rossana una volta, è puntare la direzione del punto d’arrivo e remare.

mecircle

Dal pomeriggio in cui abbiamo lasciato Circle, siamo stati testimoni di un susseguirsi di temporali, brevi e intensi, vento che sfiora i 30 nodi, ingestibile su una canoa canadese da 17 piedi, specie se da soli a governarla. Il clima che si ha di solito a settembre…

Eravamo gia’ abbastanza esperti nel gestire le nostre imbarcazioni ed evitare di essere risucchiati dai vari canali (larghi anche il doppio del Po), anche con vento di una discreta forza, ma proprio per questa congnizione di causa e senso di sicurezza acquisito, abbiamo rischiato piu’ di quanto avremmo dovuto, trepidando per diverse ore al giorno, e capendo che stare nel canale principale era un tentato suicidio, ma sarebbe risultato pericoloso anche costeggiare!

Bonatti scriveva a proposito delle sponde dei flats: ” Le alte rive argillose dello Yukon sono state corrose dalle correnti estive gonfie d’acqua, ma le strutture di antico ghiaccio hanno resistito e appaiono modellate come marmoree arcate di assurde cattedrali su cui si regge e prolifera la foresta. Costeggiando capita di passare, per chilometri e chilometri, accanto a queste foreste sospese su arcate ghiacciate e sporgenti anche per dieci metri.[…] Ciò resta tuttavia un serio pericolo: da un momento all’altro tutto può crollare”.

Inizialmente abbiamo fatto quello che era giusto in caso di bufera: approdare sulle isole e aspettare. Sebbene montare le tende con il vento e la sabbia negli occhi non fosse piacevole, nonchè fosse disgustoso mangiarsi mezza spiaggia ogni volta che si provava a cucinare fuori dalla tenda, eravamo felici di scampare alla furia delle acque.

Per due giorni abbiamo provato a guadagnare chilometri la notte, assaliti dalle zanzare ogni volta che entravano in una palude e in preda alle paranoie legate all’orientemento.
Poi il vento ha cominciato a montare seriamente, al punto che non riuscivo più a guadagnare un centimetro in avanti, nonostante la corrente e le pagaiate. I miei amici, in tandem,
potevano sicuramente controllare il mezzo meglio di me. Spesso non riuscivo neanche a riportare in avanti il remo dopo averla estratta dall’acqua per via del vento.
D’un tratto ci troviamo a costeggiare le muraglie di permafrost che cadono a pezzi, menzionate da Bonatti. Il fiume fa una grande curva a sinistra e cominciamo a costeggiare perché la situazione comincia a fare paura. “Troppo vicino alla riva Igor, rischi di finire sotto una torta di terra con un albero per ciliegia”, mi diceva una vocina nella testa.

precrash

Puntuale come un orologio svizzero arriva, nel momento peggiore, la raffica di vento. La prua di Rossana si gira quindi inesorabilmente e mi ritrovo di traverso a dieci metri dalla riva in balia degli elementi. Le provo tutte: pagaio a sinistra dando “pancia” alla corrente, poi a destra per traghettare in qualche modo, ma niente. Mi viene un’idea: pagaiare all’indietro. Con grande fatica guadagno qualche metro, finché un ritorno di corrente non mi risucchia sotto una delle arcate e mi spinge contro un tronco. Acquisisco quello che Bonatti chiama uno “stato di grazia”, che per me invece si traduce in “mi cago addosso, ma con stile”.

Rimango dunque qualche minuto ad aspettare che mi venga un’idea, concentrato ad analizzare la situazione. Davanti a me il fiume scorre rapido e fangoso, il vento tiene Rossana contro la parete di permafrost che mi pende sulla testa e, a poca distanza, vedo Rob e Bill in difficoltà che pagaiano verso un’insenatura, sparendo dalla mia vista.
Fischio un paio di volte con il fischietto di emergenza per richiamare la loro attenzione, ma non mi possono sentire. Faccio allora pressione sul tronco per spingermi nuovamente nella corrente. Il permafrost intorno a me è abbastanza solido, ma ne vedo cadere dei pezzetti più a monte e mi preoccupo.
Rossana mi porta via dai guai e come un missile passo l’insenatura e approdo su una striscia di ghiaia dove i ragazzi mi attendono preoccupatissimi. “Mio Dio ragazzo!! Eravamo pronti a chiamare i soccorsi! Eri dietro di noi e sei sparito per un bel po’! Sai che ti dico? Ti sei appena meritato un Rum e Cola!”. Torniamo in acqua per trovare un’isola decente per accamparci e passiamo la notte in tensione. Il vento si ostina a soffiare forte anche nelle ore serali. Maledizione!

…continua a breve

sandstormFLATS

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3 Responses to “Fort Yukon, Alaska Pt.1: Dove il vento piega la foresta”


  1. 1 pasquale calabria luglio 20, 2014 alle 3:18 pm

    SEI UN PALERMITANO, GRANDE ESEMPIO DI CORAGGIO E UMILTA DA PRENDERE AD ESEMPIO GRAZIE CORAGGIO E IN BOCCA AL LUPO.

  2. 2 Fernando Todaro luglio 22, 2014 alle 7:46 am

    Igor, fra un paio di lustri, forse, andrò in pensione ed i tempi potrebbero essere maturi per partecipare a qualche tua escursione….. e potremmo invitare anche Angelo……. che ne pensi???
    Un intenso abbraccio di compartecipazione e vicinanza da parte di Nando Todaro!!!
    P.S. “Uocchiu a via”!!!!

  3. 3 Pablo luglio 27, 2014 alle 5:40 am

    Se il vento piega la foresta….tu -come sempre- vai come il vento!!!!
    Pablo


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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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