Fort Yukon, Alaska Pt.2:Cinque giorni in balia degli elementi

Il giorno dopo la situazione peggiora. Secondo me dovremmo aspettare, mentre i ragazzi insistono a voler proseguire. Ho un brutto presentimento, ma effettivamente non abbiamo scelta. È un fenomeno anomalo che potrebbe durare settimane e impazziremmo a rinanere fermi come dei naufraghi. Non facciamo neanche in tempo a uscire dal canale che vengo sbattuto da una raffica sulla spiaggia e non riesco più a distaccarmi, nonostante tutti i miei sforzi. Mi arrendo, dobbiamo fermarci di nuovo. I canadesi sono costretti invece sulla sponda opposta. Li vedo spuntare tra la vegetazione dopo alcuni minuti, a piedi. Gesticolano mandandomi un messaggio preciso: “Rimani dove sei! Non provare a traghettare! Ci accampiamo qua!”.

billeBobTempesta

Il fiume s’ingrossa ancora, piove e la spiaggia dove mi accampo è un trubine di sabbia. Cade un albero in acqua proprio nell’isola accanto alla mia. Monto la tenda, la avvolgo nel tarp e cerco di mettere in sicurezza Rossana. Per fortuna lei è bella pesante e per spazzarla via ci vorrebbe un tornado. La situazione è ora sotto controllo e possiamo riposare alcune ore.
Una domanda ci perseguita: “A quanti chilometri saremo da Fort Yukon?”. Guardo e riguardo la mappa, ho una vaga idea, ma non ci sono punti di riferimento e…le mappe topografiche a disposizione sono vecchie di quarant’anni. Andra’ bene, il fiume ci portera’ avanti.
Bill mi chiama in nottata quando il vento si calma un po’: “Proviamo a guadagnare chilometri adesso!”.
Vaghiamo quindi per paludi e canali per circa quattro ore. Identifico un cabin sulla mia mappa, che sia proprio quello che vediamo sulla sponda sinistra? Uno scorcio di tramonto meraviglioso si intravede tra le nuvole e ci illude che sia finita, ma poi un’atmosfera lugubre ci avvolge e ci troviamo in un cimitero di tronchi sommersi, che si vedono appena. Invito i miei compagni a campeggiare nuovamente e a ripartire in giornata. Troviamo una spiaggia fangosa e un’orda di zanzare a darci il benvenuto. I ragazzi sono evidentemente stressati e ne hanno abbastanza. Niente Bering Sea per loro, il delta è largo 40 miglia e rischierebbero di trovare onde di due metri. Io sono sereno, ma sono cosciente del pericolo evidente che vedo adesso. Queste condizioni sono davvero un tentare la sorte, è il clima di settembre. Ma non possiamo mollare prima di Fort Yukon! Devo assolutamente trovare questo villaggio di nativi. Se lo passassimo ce ne accorgeremmo solo perché il fiume scorre poi verso sud ovest…ma il prossimo punto di uscita potrebbe essere Yukon Crossing a circa 250 km di distanza, che con questo tempo potrebbe richiederci una settimana!

Terzo giorno nel falts. Decidiamo di unire le barche, legandole a prua e poppa. Creiamo così una sorta di catamarano, impossibile da rovesciare, ma che imbarca decine di litri d’acqua! Le onde “rimbalzano” su Rossana e mi innaffiano come una pianta. L’acqua mi arriva ormai sopra le ginocchia.

Facciamo una fatica boia a tenere il “catamarano” dritto nel main stream. Il vento è teso e Rob, seduto a prua, può fare la differenza solo se vogliamo girare a destra. Per il resto è tutto sulle braccia mie e di Bill che ansima come un toro, in preda alla fatica. A volte dobbiamo infilarci in canali di acqua morta per riposare o, in caso di emergenza, non avremmo le energie per timonare correttamente.

Ennesima notte su un’isola. Una bella spiaggia, ma il vento danneggia la tenda di Bill e la sabbia rende inutilizzabile le cerniere di quella di Rob. Sento che Fort Yukon è vicina. C’è della schiuma in acqua e da lontano a volte sentiamo una sorta di ronzio, simile al passaggio di un motoscafo. Non possiamo mancare il bersaglio rimanendo a destra e puntando a Nord Est, me lo sento.

Il quinto giorno smontiamo le tende e proseguiamo in condizioni piuttosto normali. Piove leggermente, il fiume si è placato parecchio.Dopo tre ore circa, scrutando l’orizzonte vedo qualcosa che sembra un albero altissimo…è l’antenna radio di Fort Yukon! Esultiamo pieni di gioia, e ci manteniamo sulla destra.

canoatramontoFLats

Appaiono delle case colorate. Ce l’abbiamo fatta. Sapremo dopo che tutti quelli in canoa diretti a ovest si sono fermati qua. Nessun gruppo, tantomeno solo paddlers, proseguiranno per il mare di Bering, nella prossima settimana almeno.

Ma cosa sta succedendo esattamente al clima di questa regione? Cosa è rimasto a Fort yukon del passaggio di Bonatti? Chi sono gli altri sventurati che sono giunti qua su una canoa nei giorni scorsi?

A breve, sul blog.

 

 

 

 

 

 

 

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2 Responses to “Fort Yukon, Alaska Pt.2:Cinque giorni in balia degli elementi”


  1. 1 Pablo luglio 27, 2014 alle 8:15 am

    Lo sconvolgimento climatico é ormai noto…Non mi sconvolge il fatto che sei
    riuscito a cocludere (dove è stato possibile) l’ennesima esperienza di vita.
    Hasta luego igorazzo

  2. 2 Pablo luglio 27, 2014 alle 8:19 am

    Ti aspetto…per “resettarti” dopo queste fatiche!
    Ps anche se ho commentato poco .. Ti ho seguito con il pensiero.
    Pablo Vulcan i’sland


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About me

Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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