Lettera aperta a Walter Bonatti

Caro Walter,
non ci siamo conosciuti direttamente, a meno che tu non ti ricordi di me al tuo funerale, quando ho incontrato Rossana e questo viaggio ha avuto inizio.
Sono di ritorno da una delle mie avventure più difficili, ispirata dalla tua esplorazione in questo mondo senza stelle. Molto è cambiato da quando sei passato tu cinquant’anni fa da queste parti. Immutati sono i canyon, le rapide, il tronchi affioranti, i gorghi spaventosi che fanno trepidare, i gabbiani impertinenti che ti attaccano quando sei vicino al nido, il tonfo dei castori indaffarati nel loro lavoro subacqueo, e poi gli orsi e gli alci con i cuccioli, sulle sponde e sulle innumerevoli isole del fiume.
Il tratto fino a Dawson, da una ventina d’anni a questa parte, è abbastanza frequentato. Diversi sono i tour organizzati alla portata di tutti. Con le canoe moderne, in tandem, neanche le Five fingers sono un grande problema ormai. Ci sono persino mappe dettagliate fino a Circle, guide in quattro lingue sullo Yukon e i suoi vari affluenti, e punti di ristoro più o meno ogni 300 km.
Più remoto è invece fino a Circle e, infine, molto più difficile e rischioso, l’ultimo tratto prima di Fort yukon, dove ti perdevi anche tu. Se il tempo è buono in realtà l’unico problema è l’orientamento tra le migliaia di isole, ma basta puntare una direzione con la bussola, pregando di non mancare la meta, e il pericolo è minimo. In caso di vento forte invece, il tutto si può rivelare un proseguire lento e angosciante. Come per te è stato il tratto più difficile del viaggio, per me è stato davvero arduo. Il vento ha fatto davvero un macello, non si arrestava mai, neanche la notte. Pensa che spazzava via le tende (la mia no perché è bassa e la picchettavo con paletti lunghissimi da sabbia!) e alcuni tedeschi sono rimasti bloccati per giorni su un’isola in balia delle intemperie.

Gli indiani non sono più concentrati nelle piccole tribù che avevi incontrato sulle sponde. Parlano ormai ottimo inglese, si muovono in motoscafo, hanno una comunità discretamente unita e stanno cercando di sopravvivere allo sterminio sociale che con alchool e droghe abbiamo introdotto, in un mondo che li ha visti vivere per 30.000 anni in totale comunione con il wilderness. Gli animali selvaggi non mi hanno mai dato fastidio, piuttosto l’uomo ne crea loro di continuo. Ho trovato una persona che si ricorda di te, Palma Berger di Dawson…dai che se ci pensi te la ricordi…guida turistica, di origine australiana, sul keno…Mi ha mostrato diversi luoghi che apparivano nel tuo servizio per Epoca. Sono cambiati, ma sono ancora là. Dawson stessa è ora molto turistica. George Hunter e Joe Castellarin, che ti hanno ospitato e portato sul Midnight dome, sono scomparsi da diversi anni, così come Clift Fairchild, il pilota di Fort Yukon. Questo pilota aveva una storia assurda che mi è stata raccontata dalla figlia! Ti ha detto che aveva fatto il supervisor per l’installazione dell’impianto idraulico dello Yankee stadium? Poi ha comprato un aereo e ha cominciato a fare il Bush pilot in Alaska! Ormai comunque non ci sono più questi voli per Old Crow…per arrivarci ho fatto proprio dei numeri! Ho dovuto lasciare la mia canoa, Rossana, a uno che mi ha dato il passaggio in motoscafo per raggiungere la cittadina sul Porcupine e filmare il gathering, che a te sarebbe piaciuto molto.

Il Porcupine era a volte impraticabile, anche in motoscafo, almeno all’andata.

In generale, mi è andata benino…solo sul lago e alle Five fingers ho rischiato grosso e poi, ricordi il tunnel di permafrost con gli alberi che sporgono come lance e che crolla di continuo? Ecco, ci sono rimasto bloccato sotto! Sentivo una vocina che mi rimproverava e mi incitava a togliermi da quella situazione…ne sai niente? Di solito l’incoraggiamento veniva più da una voce simile a quella di Rossana, mentre da parte tua mi ricordo molti cazziatoni, anche per un nodo sbagliato o per una gamella troppo vicina al fuoco. In alcuni momenti, tuttavia, mi sembrava che tu potessi vedere quello che vedevo io. Una sensazione molto potente!

Ho conservato la pagaia, anche io voglio appenderla al muro. Spero che l’odissea in autostop non ti abbia deluso, ma per me è una fonte inesauribile di storie e ne vale la pena. E poi si risparmia tanto sulla spedizione! Per i chilometri in meno in canoa sono certo che pensi che abbia fatto bene a non sfidare la sorte. Del resto quante volte nelle tue avventure hai preferito ripiegare che andare verso un pericolo certo? Finché c’è scelta…scegliamo la vita.

Un’altra cosa che ho capito è che, specie in solitaria, spesso mi creo delle paranoie inutili su fatti che non sono ancora accaduti. Si ha la tendenza a ingigantire i sentimenti e le paure, quando nella stessa situazione in compagnia magari ci sentiremmo tranquilli. La paura è spesso una proiezione nel futuro di eventi che potrebbero non avvenire mai.

Sai Walter, Rossana mi è stata molto vicina durante questi due anni di preparazione. Mi ha incoraggiato e dato consigli, come se fosse mia nonna. Che donna che hai trovato! Anche la vostra famiglia e i nipoti mi hanno aiutato moltissimo. Meglio di così non avrei potuto chiedere. Per questo progetto ho risparmiato facendo video, lavorato come bagnino, fatto la fame in Canada come lavapiatti, ho viaggiato più di 16.000km in autostop, sono rimasto bloccato in una bufera di neve in auto con un vietnamita, ho guidato 3500km con uno che è stato arrestato e rilasciato in quaranta minuti davanti ai miei occhi, sono stato interrogato dalla polizia, ho vissuto con gli indiani, visto uccidere e scannare degli orsi, conosciuto persone che resteranno per sempre nella mia vita e nei miei ricordi, ma soprattutto, ho conosciuto meglio me stesso, rapportandomi alla tua esperienza.

Quando ho visto la tua bara, qualche anno fa, ho pensato che fosse troppo piccola per contenere tutto quello che avevi fatto. Ma se ci pensi lo Yukon continuerà a scorrere in me, le tue montagne sono ancora scalate da giovani che leggono i tuoi libri e che hanno un rapporto con la roccia che non è fatto solo di record e numeri, ma di storie e di esperienze. Così come molti deserti e vulcani sono già nei sogni di qualcuno che sta lavorando sodo per dare materia alle proprie visioni.

Ho ancora tanta strada per tornare a casa, e non so cosa farò al mio rientro. È tutto incerto. So solo che scriverò questa storia, monterò il film, la racconterò ai bambini di Sport Senza Frontiere e a chiunque voglia ascoltarla.
Grazie Walter, per avermi ispirato, come Melville e altri hanno fatto con te. Grazie per avermi fatto diventare parte di un passaggio del testimone tra due generazioni così distanti,dell’avventura intesa come esperienza soggettiva, pura e sana (cerca di capire però che se uno prova a fare i numeri che facevi tu può trovare solo guai! Ma dormivi ogni tanto su sta canoa??).

Ti saluto Walter, magari avremo modo di parlarne di “presenza”…ma non è ancora il giorno.

Con affetto e stima
Igor

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4 Responses to “Lettera aperta a Walter Bonatti”


  1. 2 silvia agosto 4, 2014 alle 12:56 pm

    Grazie Igor ,

    spererei tanto riuscissi a fare un film di questa tua magnifica avventura .

    Carissimi saluti.
    Silvia

  2. 3 Piero agosto 9, 2014 alle 4:13 pm

    Caro Igor e cos’ stai rientrando. Bell”avventura ! leggendo le tue corrispondenze apprendo che molto p cambiato Nel 1982 quando discesi lo Yukon sulle tracce di Bonatti fu un’esperienza molto naif e con il senno di poi mi andò bene. Sul fiume di tanto in tanto vi era qualche ‘summer fish campi’ di indiani . Quando mi vedevano erano contenti di scambiare qualche parla con loro. Spesso si sono fermato da loro a mangiare a ed a bere una tazza di caffè lurido o del te con delle bustine filtro riciclate più volte.A Eagle su Charley river poi a Circle i momenti più intensi della mia vventura

    ciao fammi sapere Piero

  3. 4 Pablo agosto 26, 2014 alle 1:38 pm

    Ciao Igorazzo
    Ti scrivo dal mio minuscolo spazio “vulcanico”. Mi ha colpito molto questa tua lettera e al tuo rientro…quando ti dovrò “resettare anatomicamente…insomma per chi legge..trattamento osteopatico” cercherò di farti comprendere che é arrivato il momento del grande e meritato salto nel panorama cinematografico.
    Un abbraccio
    Hasta luego nel mundo


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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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