The Yukon Blues Cap 5, Un triste addio

rossanaBeach

 

Non avrei mai pensato di dovermi separare da Rossana. Capita, quando si vivono delle esperienze particolarmente intense, di credere che non finiscano mai. Alcune migliaia di chilometri fa, non ricordo i giorni e nemmeno le date, avevo promesso alla mia canoa che niente avrebbe potuto dividerci e che, piuttosto, all’arrivo, l’avrei affondata, restituendola al fiume come vuole la tradizione dei nativi.

Ma la realta’ si cura poco delle promesse. Lo Yukon ha chiaramente detto “da qui non si passa”, inutile pretendere di piu’. Non potendo quindi ridiscendere il Porcupine e non potendo remare fino al prossimo punto di uscita utile (Yukon Crossing), siamo rimasti bloccati per due settimane in un vicolo cieco. Fort Yukon e’ il punto piu’ a Nord di questo maestoso corso d’acqua, e da qua si puo’ solo volare su un aereo minuscolo per nove passeggeri, o sperare che una chiatta parta per Circle e caricarci sopra la canoa, per poi saltare su un camion diretto a Fairbanks. Un costo enorme e un travaglio infinito.

Ero gia’ seriamente a corto di soldi e non potevo perdere il gathering per nulla al mondo. Rossana rimarrà a Snok.

Mi sono vergognato come un ladro, ma non avevo molta scelta. La sua fine avrebbe potuto essere tremenda, vandalizzata o rubata da qualche testa calda, adoperata per chissa’ quale scopo losco. Snok la usera’ per andare a caccia e Rossana continuera’ a navigare ancora per molto tempo, lontanissima dal posto in cui ci siamo conosciuti per la prima volta: il piccolo canale davanti al Robert Service Campground, che allora mi sembrava un tratto difficile e insidioso…Quanta acqua e’ passata sotto di noi cara Rossana, quante rocce acuminate, tronchi spezzati, salmoni diretti a sud, e chissa’ che altro!

Mi hai salvato la vita due volte, e tante altre forse non me ne sono neanche accorto… grazie.

rossana

 

Al ritorno da Old Crow, due giorni fa sono riuscito a raggiungere Fairbanks su una sorta di bushplane. Con me ha lasciato Fort Yukon anche Ralf con il suo cane Luna, che erano arrivati con altri tedeschi e avevano messo base nel giardino di Jeenie Alexander e della loro fantastica famiglia. Senza l’aiuto di queste persone nessuno di noi avrebbe avuto modo di dimenticare la disfatta nei Flats dello Yukon. Specialmente il buon Bernt, che del suo viaggio verso il mare di Bering ne aveva fatto una pericolosa ossessione. Lui si e’ unito ai ragazzi diretti verso un altro fiume piu’ a ovest e ha forse digerito meglio quello che deve essergli sembrato un momento di fallimento totale. Chiunque sia arrivato quassu’ con quel tempo puo’ solo essere felice di non essere ancora sull’acqua.

Ralf non vede l’ora di ricongiungersi ad Anchorage con la sua famiglia in vacanza e andare a pescare a Beaver Creek. Vuole che i suoi figli si ricordino di questo viaggio nel wilderness. Gli ho detto che si deve preparare al fatto che forse uno di loro tornera’ sullo Yukon per vivere quello che ha fatto suo padre su un improbabile gommone gonfiabile, magari fra venti o trent’anni.

Ne abbiamo parlato mentre mi accompagnava a Tok con l’ auto noleggiata per il suo nuovo piano di viaggio. E’ stato bello attraversare, comodamente seduti, le immense foreste che circondano la Alaska Highway. Ma Tok purtroppo non e’ un bel posto per fare autostop.

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Mi ci sono voluti due giorni per trovare un passaggio per Dawson, sotto la pioggia incessante e con il solito vento freddo che spazza la strada. Pare che abbia piovuto tantissimo quest’anno, e che le temperature siano basse a tal punto che si aspetta la neve da un momento all’altro.

Finalmente il Dio della strada mi ha regalato un passaggio diretto a Dawson.

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Tornare in questa città è sempre incredibile, un evento speciale. Stavolta, mentre attraversavo le strade polverose stracarico di roba, alcuni amici mi hanno fatto festa: “Pensavamo fossi morto!” oppure “Ti abbiamo seguito su internet amico! ottimo lavoro laggiù! Che bello rivederti sano e salvo!”.

Che sia questo il primo passo del ritorno a casa? Che sia vicino il momento della riflessione su ciò che ho appena realizzato? Sembrano una sciocchezza i 3000 km che mi separano da Vancouver e gli altrettanti rimanenti ancora per Toronto.
Ma adesso ho solo la strada davanti a me, nulla di quello che mi aspetta è ancora chiaro e definito. Non contano più i chilometri, le attese, la pioggia. Sono praticamente al verde, ogni giorno del rientro ha un percorso e un destino incerto, ma sono felice. A sud fa già più caldo, a nord nevicherà a breve…è proprio tempo di tornare a casa.

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2 Responses to “The Yukon Blues Cap 5, Un triste addio”


  1. 1 Marco Torriani agosto 1, 2014 alle 3:33 am

    Bravo Igor !!! Bellissima avventura,
    mi hai fatto venire la nostalgia di quei luoghi e della gente che ho avuto la fortuna di incontrare circa 30 anni fa`.

  2. 2 Pablo agosto 2, 2014 alle 8:02 pm

    …e anche questa avventura é andata! Ora si aspetta una tua pubblicazione.
    Ti aspetto per “resettarti” .
    Hasta luego
    Pablo


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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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