Archive for the 'The Yukon Blues' Category



Dawson, Parte 1: Ho trovato il sentiero di Bonatti alle Five Fingers

Giungere a Dawson City è stato come tornare a casa dopo mesi e mesi di viaggio. Nel wilderness il tempo non serve, come quando ero in grotta. Se nel “Pidocchio” (nel cuore di Monte Pellegrino) ho vissuto una lunghissima notte di un mese, qua ho invece l’impressione che sia un’unica, interminabile giornata, in cui le stelle non appaiono mai.

Lunedì, dopo aver lasciato Carmacks ho affrontato le prime rapide della mia vita e, spero, le ultime dello Yukon: le Five Finger Rapids.

Prima di affrontarle nel 1965, Bonatti aveva fatto “portage”, per circa un miglio, trasportando parte del carico della canoa oltre la zona di turbolenza e passare quindi tra le onde senza il rischio di perdere tutto, in caso di rovesciamento. Ad attenderlo, il giorno della traversata, c’era l’amico e istruttore Mario Lovricic, un personaggio affascinante di origini jugoslave, tra i migliori paddlers di Whitehorse. Screenshot (79)
La descrizione di quella giornata è davvero molto emozionante e vi consiglio di leggerla nel libro “In terre lontane”.
Prima di lanciarmi, ho cercato, e trovato, il sentiero che aveva utilizzato per il portage. E’ un minuscolo tracciato in mezzo alla vegetazione, dal quale emergono ancora i cavi di acciaio usati durante la Gold Rush, per fare passare il battello a vapore al centro del canale, mettendolo in sicurezza con enormi sistemi di ingranaggi. Le guide dello Yukon, a cui avevo chiesto informazioni in merito,non conoscevano questo passaggio. Invece, proprio come descritto nel libro, poco prima del canale di destra c’è una piccola insenatura dalla quale si può risalire in cima ai faraglioni (quello che ormai è un Belvedere raggiungibile anche dalla Klondike Highway). Non si può sbagliare, è l’unica “morta” in cui è possibile accostare.
Tra gli alberi e i tronchi spezzati, si intravede un piccolo fazzoletto di terra coperto da un mantello di muschio. Assicurata Rossana a uno dei tronchi più solidi, ho quindi ripercorso quel miglio in mezzo alla foresta, da solo, con il cuore in gola, come se avessi scoperto Atlantide!

Screenshot (80)

Ho dato poi uno sguardo alle rapide, come per convincermi che fossero davvero facili anche per me…ma l’altezza dei faraglioni mi faceva capire che le onde erano circa un metro d’altezza. Niente male come prima volta.

Tornato da Rossana, la prego di aiutarmi a vincere la paura e ci lanciamo assieme in questa ennesima avventura.
Veniamo risucchiati subito dalla corrente, velocissima, nel canale di destra, ma le rocce sembrano essere troppo vicine. Tutto è esattamente come nel libro e mi sembra di rivivere un momento di una mia vita passata. I gorghi ai lati della canoa mi danno senso di vertigine e pagaio a più non posso per affrontare la corrente che si immette da sinistra dopo alcune decine di metri.

Prendo bene questo flusso d’acqua, ma porto Rossana troppo a sinistra e mi trovo di traverso, verso le onde più grosse, quelle della corrente di destra, che arrivano veloci.

Screenshot (77)

Provo a correggere con il remo, ma è troppo tardi, sono certo di rovesciarmi. Arriva la prima botta, poi la seconda e in preda al panico mi aggrappo ai bordi della barca pronto a nuotare verso riva, nel caso finissi in acqua. Ma Rossana non mi tradisce e mi tiene in ballo in attesa delle prossime tre onde. Prendo quindi fiducia e remo come un matto, fino a quando sono fuori e posso fermarmi su un isolotto in acque finalmente calme.

Alzo gli occhi al cielo “Grazie…grazie…grazie”.

Passiamo quindi anche le Rink Rapids che da lontano fanno davvero paura, ma si passano senza problemi sulla destra. Si possono affrontare anche centralmente, ma lo consiglio solo ai paddlers che non temono le rocce e hanno davvero esperienza di white waters. Io mi limito a guardare lo spettacolo e a provare compassione per chi ci è morto, alla guida di una zattera, diretto a Dawson con un sogno nel cassetto, neanche tanto tempo fa.
Le Five Fingers non sono che un solo miglio dell’immenso Yukon. Il vero problema, che sembra il tormento di quest’anno, è il vento. Dato l’inverno appena trascorso, molto caldo e breve, quest’estate il tempo è compromesso da piogge frequenti e violente e da un fastidioso vento che soffia per circa otto ore al giorno da nord. Questo mi obbliga a pagaiare fino a tarda notte, per avere la certezza di aver percorso tra gli 80 e i 100 km in dodici ore ( l’allenamento quotidiano è straordinario!).

Eppure, nonostante le acque ribollenti e il vento, lo Yukon ti regala dei minuti di magia che non si vivono spesso. Come alcune sere fa quando, verso le quattro del mattino, sono stato svegliato da un branco di lupi che ululava al cielo, da qualche parte, su quelle montagne senza confini. Riaddormentarmi con quella ninna nanna è una di quelle esperienze che non dimenticherò mai.

In arrivo la seconda parte.

Carmacks, parte 2 “I primi giorni sullo Yukon”

A parte i rischi corsi sul Laberge, l ‘attraversamento dei primi 370 km circa è stato abbastanza sereno. I paesaggi sono meravigliosi e il fiume aumenta sempre più la sua corrente.  Per approdare è ora necessario pensarci almeno 300 m prima, o si manca facilmente il bersaglio. Da  Hootalinka, dove lo Yukon incrocia il Telsin e raddoppia in larghezza, a Big Salmon è stato un lungo traghettare, premiato dall’incontro con un gruppo di canoisti in vacanza che mi ha poi accompagnato per gli ultimi cinquanta chilometri fino a Carmacks. E’ meraviglioso, dopo giorni di solitudine,  condividere le proprie esperienze e imparare dai racconti di gente che vive la canoa nei modi più disparati. Si trovano grandi professionisti del settore, gente appassionata, ma anche ragazzi del posto che legano tre o quattro barche e vanno alla deriva prendendo il sole e bevendo birra (pratica che in teoria dovrebbe avere un “sober paddler” per canoa almeno, come quando si va a una festa in auto e si prevede di bere).  Se questo avviene la sera poi. soprattutto tra chi percorre tanti chilometri, è bello bere e ridere assieme delle proprie paure, magari intorno al fuoco, scacciando zanzare con un ramo di pino. Il 95% dell’avventura è fatica e concentrazione, il restante 5% di sogni a occhi aperti, momenti felici e amicizie è impagabile e vale più di tutto l’oro dello Yukon.

Screenshot (76)

 

Bonatti aveva percorso questi 170 km in circa 20 ore e  sempre più capisco che tra i suoi punti di forza, almeno sul fiume, c’era un alto livello di attenzione, anche dopo ore e ore di sforzo fisico intenso.

Sebbene io vada più o meno alla stessa velocità, per me è impensabile, se non sono assolutamente costretto, pagaiare per più di dodoci ore di fila. Se la giornata poi non è stressante e si viaggia bene, e magari fa anche caldo, il movimento della pagaiata è meccanico e continuo e sotto il sole ci si assopisce presto. Meglio quindi fermarsi quando si  è troppo cotti ed evitare di dare il peggio di sé in situazioni di emergenza. In questo viaggio non vi sono record da infrangere, anche perchè, non mi stancherò mai di ripeterlo, non vivere un’avventura secondo le proprie possibilità, ma tentare di fare i numeri esagerando può diventare sterile e arido. Ciò non toglie che si possa amare battere record, ma in questo caso non credo porti a nulla comunque.

Curiosità: oltre che sul lago, anche sullo Yukon si sono verificati degli episodi simili a quelli avvenuti durante il viaggio descritto in” In terre Lontane”.

I castori, l’alce con i piccoli, il grizzly sulla sponda di fronte, persino il gabbiano che ho dovuto cacciare con la pagaia perchè mi attaccava per proteggere il nido su un’isola vicina…

Domani, tempo permettendo affronterò il secondo più noto  ostacolo dopo il Lago Laberge: le Five Finger Rapids.

yukonriver

Le Five Finger Rapids viste dalla Klondike Highway.

Carmacks-parte1 “L’ingannevole Lago Laberge”

Dopo aver lasciato Whitehorse alle 20 di lunedì scorso, ho raggiunto in nottata, e con facilità, un isolotto appena a sud di Upper Laberge, più o meno come la prima tappa di Bonatti.
L’indomani, verso le 12, parto sotto un cielo che minaccia pioggia, ma il vento è assente. So per certo che il lago, lungo 53 km e largo appena 4/5 km, è una trappola per topi. Bonatti lo attraversò a destra traghettando al largo e fu colpito dal vento verso tarda sera…lottò per ore contro onde alte, quasi al buio, rischiando “un naufragio senza scampo”. Ma il lago è anche noto per le sue meraviglie paesaggistiche ed essendo appunto ” solo un lago” molta gente spratica, illusa dal bel tempo, parte per la traversata diretta e si ritrova nei guai.

il lago Laberge al tramonto

 

Per prudenza quindi, appena entrato nel vastissimo specchio d’acqua, punto la riva sinistra, a circa 3km. Già a metà strada avverto delle vibrazioni dovute al vento che comincia a montare. Pagaio quindi più forte e raggiungo la riva dove, sotto una pioggia gelida, mi fermo a vestirmi con roba pesante. La pioggia mi abbandonerà di rado nelle lunghe 11 ore successive quando, fradicio ( i miei pantaloni non sono più impermeabili e l’ ho scoperto in quel momento), passo la grossa isola a metà circa del percorso. Nonostante i paesaggi meravigliosi, la mia ansia rimane costante. Il vento è cessato da un pò, ma sento che qualcosa sta avvenendo a sud. Come immaginavo, una perturbazione giunge rapidamente alle mie spalle e mi trovo presto a puntare una spiaggetta isolata per una sosta. Piuttosto che finire a bagno e andare incontro a morte certa, meglio aspettare “tranquillo” a terra.  Appena approdato mi accolgono festose un centinaio  di fameliche zanzare indemoniate. Faccio in tempo ad assicurare Rossana a un albero e a montare la tenda, poi crescono le onde e l’orizzonte è ormai frastagliato da “whitecaps”.  La mia sosta diventa quindi un bivacco e attendo per tutta la notte fino alla sera successiva, come un naufrago su un’isola deserta. Intravista una finestra di bel tempo, remo all’impazzata puntando  una penisola che, nell’oscurità della sera, si intravede appena.

me pioggia lago

Questa si trova a 5-6 km dal punto in cui riprende a scorrere lo Yukon. Per raggiungerla devo azzardare, perchè taglio un golfo e mi allontano dalla costa.  Mi spezzo le braccia per raggiungere quel lontano gruppo di alberi che sembra non arrivi mai! Ecco quindi tornare il vento, gelido data l’ora. Nella quasi totale oscurità mi accorgo che in realtà ho raggiunto una immensa spiaggia di ciottoli e tiro Rossana in secca quanto più posso perché temo l’alta marea. Monto di nuovo la tenda e la fisso per bene con i paletti e tutte le corde che ho. Corro a circa 50m dal bivacco a scaricare  la sacca con  i viveri  e poi  mi rifugio nel mio sacco a pelo, sudato marcio e infastidito dalla situazione. Il vento non si calmerà prima delle 15 del giorno dopo. Parto con buone speranze, ma le onde ora arrivano di fianco e devo zigzagare per tagliarle bene, sempre costeggiando. Come a mare c’è una pausa fra un treno di onde e l’altro e la sfrutto per virare, una volta verso la costa e una volta verso il largo e così via. Un colpo di fianco durante questa manovra significa finire a mollo.

Non vorrei essere in mezzo al lago per niente al mondo, la situazione è sicuramente molto più pericolosa laggiù.onde sul Laberge

Arrivo finalmente al fiume e navigo a cavallo della corrente fino a Hootalinka, ex villaggio della Gold Rush a circa 150 km da Whitehorse, dove sbarco verso le 23. Sulla riva mi accoglie un giapponese cordialmente, una guida che porta in giro gente per brevi percorsi nel wilderness:” WELCOME TO THE YUKON!”. Lo abbraccio felice, e ringrazio il cielo di aver passato il primo grande ostacolo del viaggio. Verrò poi a sapere che il secondo giorno di burrasca, mercoledi, due team che partecipavano alla Yukon Quest, gara di endurance tra WH e Dawson, hanno preso tre onde di quasi 5 piedi l’una e sono finiti a bagno. Uno di loro, rimasto per venti minuti nella morsa del gelo, è stato portato a riva da una barca appoggio in stato di ipotermia.

 

A giro breve la seconda parte.

Screenshot (75)

The Yukon Blues Cap 4, D-day

20140622-143544.jpg

Credo che domani, se il pannello nuovo funzionerà a dovere, sarà il giorno della partenza. Oltre non posso aspettare. Ho già sforato di due giorni (come sempre devo dire) e mi sta invadendo un forte senso di noia e di impotenza, misto a voglia di lasciare questa città e andare.
È una sensazione forte, fortissima. Cammino ogni giorno lungo il fiume, studiando tutti i passaggi per raggiungere la corrente principale, perché partendo dal Robert Service Campground mi troverò in un canale laterale con acqua bassissima e a rischio portage. Sono circa a un paio di chilometri dal punto di incontro delle varie correnti, ma forse posso tagliare tra le due isole o riprendere la corrente più indietro. Chiederò a qualcuno di qua per sapere cosa si fa di solito. Questo campeggio è il punto di partenza di centinaia di spedizioni (soprattutto tedeschi e americani) dirette un po’ in tutto lo yukon.È un’atmosfera affascinante, da campo base del K2 o da Gold Rush.

La sera si discute intorno al fuoco e ci si racconta di “quella volta che l’orso entrò nel campo di notte” o “quando ho ridisceso il Colorado River da fonte a foce” o ancora “quella volta che nella grotta ci fu un terremoto”.

Non c’è la competizione stupida e del fanfarone di turno che inventa storie e cerca applausi e sminuisce le disavventure degli altri.

La gran parte delle volte ci si aiuta a vicenda, si scambiano provviste e mappe, persino attrezzatura.
Ieri ho aiutato un californiano di una sessantina d’anni che vanta diverse discese da monte a valle dei fiumi più impegnativi degli USA, tra cui il Colorado. Abbiamo trasportato insieme il suo Kayak fino al canale di partenza e mi ha regalato un pacco di biscotti ai fichi secchi che ho mangiato avidamente in pochi minuti. Fisicamente lui sembrava un po’ provato. Veniva da nove giorni di traversata, dalle sorgenti dello Yukon a WH(che in teoria sono 4 giorni di remata, ma il vento lo ha frustato per benino). Sua moglie lo aveva dato per disperso…e la telefonata per rassicurarla è una delle cose più belle che abbia mai sentito in vita mia.
Gli auguro il meglio…va downstream al Mare di Bering…
La mia amica Teresa D’Elia mi ha raggiunto a WH per fare alcune riprese della partenza da terra. Senza di lei e la sua devozione per il progetto i tempi sarebbero stati sicuramente più lunghi.

Oggi piove, ma finalmente posso mettere via la roba come si deve e svuotare la povera tendina dalle borse stagne, dalle corde, dai libri, le mappe ecc…

La canoa giace accanto alla tenda, rovesciata su un fianco e legata a un albero. Mi mostra la pancia già abbondantemente graffiata dalle sue precedenti avventure. Era marchiata con un numero “021”. Da oggi in poi sarà semplicemente “Rossana”.

A presto gente.
Potete seguirmi sulla mappa live in questo blog quando volete…

Il piano

20140619-013857.jpg

Terminato l’avvicinamento in autostop, con il tizio arrestato in ontario/il vietnamita che si è schiantato sulla neve/le bufere sulle Rockies, le settimane di preparazione del viaggio e la ricerca di indizi del passaggio di Bonatti nello Yukon, hanno portato ottimi risultati in esperienza, storie e immagini.

Ora, a Whitehorse, preparo l’aspetto che mi occupa di più la mente al momento: l’attrezzatura.

Nel frattempo ripasso il piano sulla mappa:

Parto da Whitehorse in settimana e cerco di dirigermi a nord fino a Fort Yukon-Alaska. Provo a volare con un cargo che mi porti anche la canoa fino a Old Crow-Canada. Ritorno quindi a Fort yukon via acqua sul Porcupine e continuo fino a Tanana-Alaska. Affondo/vendo la canoa e vado a Fairbanks…poi chi lo sa. In poche righe siamo già andati avanti di trenta-quaranta giorni. Il piano per ora va bene cosi. Mi fermo, perché mi sembra già troppo lontano nel tempo. Così come l’avvicinamento mi pare sia avvenuto sei mesi fa.

Ho deciso il nome della canoa. Lo dipingerò sulla prua e ve lo renderò noto, con una piccola spiegazione del perché proprio quel nome…

Intanto su LaStampa (grazie Sport Senza Frontiere Onlus e Francesca Cusumano!)

http://www.lastampa.it/2014/06/17/scienza/ambiente/focus/avventura-in-alaska-chilometri-in-canoa-sSFgbnu9ZaQh67cnqZ7UAP/pagina.html

La canoa!

Che mezzo meraviglioso che è la canoa! finalmente me l’hanno portata al camping. Ci sono dei lavoretti da fare perché non mi piace come hanno fissato le corde d’emergenza, nonché è da attrezzare per il lunghissimo viaggio.
Mi sembra già passato un anno da quando ho lasciato Totonto in autostop. Cavalchiamo l’onda adesso. Ancora un po’ indeciso sul nome della barca…dalle mie parti porta sfiga partire su un mezzo senza nome!

20140618-121843.jpg

Pochi giorni alla partenza

Finalmente ho la canoa. A un prezzo molto onesto ho preso una 17″ usata, rossa, in buone condizioni, con due sacche galleggianti, lifejacket e del cordame.
Lo spot, il dispositivo che vi permetterà di tracciarmi sul fiume tramite GPS (vedi link sul post precedente), funziona bene.

Unica nota negativa al momento, Solbian, lo sponsor che avrebbe dovuto fornirmi i pannelli solari, non mi ha ancora mandato nulla, per questioni ancora da chiarire tra gli addetti ai lavori. Questa sarà una fucilata in faccia per il budget, perché ora devo arrangiare qualcosa per ricaricare telecamere e il notebook per i backup…Boh. Non so cosa dire. Domani le foto della canoa.

20140616-222930.jpg

Come seguire la spedizione tramite pagina SPOT?

Siamo quasi pronti.

Ho quasi tutto…tranne la canoa 🙂

 

Proverò in questi giorni a girare per Whitehorse con il dispositivo che segnala la mia posizione GPS su una pagina pubblica. Io non posso usarlo per orientarmi perchè avrei bisogno di internet e del computer, ma voi potete seguirmi live…

 

Qualsiasi cosa accada, richiesta di soccorso inclusa (speriamo di no), potete trovarmi in questa pagina

 

http://share.findmespot.com/shared/faces/viewspots.jsp?glId=0IDzIFObkRNLibqTJ4opfBuCjFW4McMnd

Caveman Bill

Già l’anno scorso avevo sentito parlare di questo affascinante individuo che vive sulla sponda ovest di Dawson City.

Bill, si è trasferito con un amico da Vancouver, città che lo aveva parecchio deluso. Ancor prima aveva lasciato l’Ontario per trovare gente aperta e amichevole in BC, ma le cose non sono andate come sperava.

20140614-015434.jpg

Assorbito dal “Vortex” dawsoniano, ha pensato che forse nella semplicità di questo luogo sperduto, avrebbe trovato la sua dimensione e dato pace al suo spirito.

Come la gran parte della gente arrivata a Dawson quasi per caso, era al verde e così qualcuno gli ha detto “c’è una grotta sull’altra sponda del fiume, perchè non vai a vedere se è abitabile?”.

La grotta è il risultato di un tentativo di estrazione dell’oro dalla montagna, avvenuto durante la prima gold rush.

Accanto all’antro principale c’è una fessura minore all’interno della quale la temperatura si mantiene talmente bene che, se riempita di ghiaccio in primavera, può tenere i cibi surgelati per tutta l’estate.

C’è stato un periodo in cui questa era diventata la grotta dei polli che Bill allevava e dei quali si nutriva. Poi, un pò per causa di un cane della zona piuttosto vorace, un pò per un’epidemia, i polli sono stati decimati e Bill ha deciso di uccidere i superstiti per creare la cella frigorifera.

Ho parlato alcune ore con lui delle tecniche di sopravvivenza nella foresta e ho imparato anche alcune curiose storie della gold rush. Tra le più assurde, perché vennero costruiti i famosi sidewalk della città. In sintesi: il secondo anno della corsa all’oro si riversarono qua 25.000 persone che dovevano arrivare (per legge) con le provviste per affrontare almeno un anno nello Yukon. Tali provviste, pesanti alcune centinaia di chili, andavano spesso a male perché trasportate su zattere o slitte in viaggi che duravano mesi.
Morale della favola: una persona su due era affetta da dissenteria o diarrea e in inverno per i propri bisogni (non essendoci fognature) si preferiva farla nella neve a pochi passi da casa.

La neve però poi si scioglieva e la città, costruita su una palude, diventava un fiume di fango…e non solo. La melma era così tanta che i cavalli vi sprofondavano fino alla pancia. Quindi un uomo vi poteva praticamente annegare. Non c’è da stupirsi, perché in media un adulto produce un barile di escrementi ogni inverno. Che moltiplicato per 25.000 fa? Una montagna di merda.
Ecco perché inventarono i sidewalk.

20140614-015554.jpg

tipici sidewalk in legno di Dawson

Partenza il 19 giugno?

Pare che ci sia già una canoa per me a Whitehorse. Vado la settimana prossima a vedere in che stato è. Attenderò quindi la mia amica operatrice Teresa D’Elia per alcune riprese della preparazione e dei test della barca sul fiume. Poi partirò. Da una stima delle date direi che il 18/19 giugno potrei essere in acqua. Per un banale equivoco, mancano ancora i pannelli solari sponsorizzati da Solbian, e non so se ce la faranno con i tempi, ma la speranza è l ultima a morire.

Domani spero di tornare a 40 Mile per un ulteriore giro di allenamento. Dovrebbe esserci un po’ di vento, ma alla fine è meglio così.

20140606-095842.jpg


Sharks palermo, igor d'india

Social Partner

About me

Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

Post Archive

Free donations

Inserisci la tua mail per essere avvisato quando viene pubblicato un nuovo post!

Unisciti ad altri 1.091 follower