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Tra i Gwich’in del Porcupine ai confini del mondo

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Dopo alcuni felici giorni a Fort Yukon, in compagnia di altri paddlers e di una straordinaria famiglia che ci ha accolto e premesso di piazzare le tende in giardino, ho cercato in tutti i modi di raggiungere Old Crow e terminare le riprese della parte più significativa del documentario e della ricostruzione di ciò che è riportato nel libro di Bonatti. Non ci sono più voli interni per questa località, tranne che da Fairbanks. Un bush pilot si potrebbe anche trovare, ma non chiederebbe più i 300 $ che Clift Fairchild chiese a Bonatti per volare sul Porcupine (a proposito, ci sono ancora i suoi figli a Fort Yukon e mi hanno mostrato le foto del suo aereo). Oggi la spesa si aggira sui 2500$ a/r. Via acqua invece, ci si impiega una giornata intera, se si va a manetta con un 115 CV montato su uno scafo di metallo che fa più o meno 40 km/h. Ed è esattamente quello che ho fatto, grazie a un giro di telefonate che Stef, figlia di uno dei leader del villaggio, ha effettuato per aiutarmi a documentare una delle più importanti manifestazioni dei nativi di questa zona: il Biennal Gathering.
Mi ha quindi trovato un passaggio last minute con un certo Snok, un membro della tribù dei Gwich’in.
Snok parla poco ed è considerato un Bush man di quelli tosti. Sembra uscito da un film western. Sa accendere un fuoco anche sotto la pioggia in cinque minuti e con un solo fiammifero (senza nessuna esca artificiale), caccia e pesca con grande abilità e si sta costruendo da solo un cabin in mezzo al nulla, a due ore di motoscafo da Fort yukon.

Con noi c’era anche Josh, un ragazzo che ha fatto fuori due orsi davanti ai miei occhi, sparando dalla barca. Non ho per nulla apprezzato la cosa. Josh ha freddato un esemplare giovanissimo (due anni circa) e l’ha fatto a pezzi sul posto per conservarne la carne. Il poveraccio stava attraversando a nuoto il fiume ed era un bersaglio troppo facile per un cecchino esperto con un “.300” tra le mani. Il cacciatore ha centrato poi anche un black bear, troppo grosso da caricare in barca e, dopo essersi accertato di averlo ucciso, è tornato a bordo a mani vuote. Spero torni a prenderlo presto, perché gli altri membri della tribù si infurierebbero, sapendo di un giovane che spreca tanto ben di Dio. Gli orsi sono animali pacifici, che non mi hanno mai dato problemi durante il viaggio, e vederli uccidere così, seppure per questioni legate alla carne e a tutto ciò che un animale così grande può fornire, mi ha lasciato davvero sgomento.

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Il Gathering a Old Crow invece è stato eccezionale. Unico europeo presente, sono stato accolto dalla comunità Gwich’in con grandissima ospitalità, ricevendo cibo e assistenza e ho potuto piazzare la mia tenda davanti alla vecchia chiesa con vista sul Porcupine.

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Questo raduno tra tutti i membri della tribù (discendenti degli Athabaska) si svolge ogni due anni circa e dura almeno una settimana. Le discussioni hanno come tema principale la tutela delle proprie origini, la lotta contro le multinazionali che avvelenano le risorse del territorio (impedendo la pesca del salmone e distruggendo i pascoli dei caribou), cosi come le strategie da applicare per il futuro. Grande rilievo (e un po’ me lo aspettavo) ha avuto lo sconvolgimento del clima che è in corso ormai da quindici anni. Tante le voci in campo, sia degli “elders”, i più anziani, sia dei giovani pronti a continuare la lunga battaglia per la sopravvivenza.
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La conoscenza dei Gwich’in del wilderness e delle sue risorse è incredibile e viene tramandata di padre in figlio dalla notte dei tempi. Sanno trovare in natura qualunque tipo di medicinale, cibo, informazione sugli spostamenti dei branchi di caribou o degli alci (per esempio osservando il volo dei corvi che, in cambio di una “percentuale” sul bottino, volano bassi con un’ala mezza piegata, segnalando la preda al cacciatore) e ogni materiale utile a costruire gli indumenti per il duro buio inverno artico.

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I Gwich’in sono grandi oratori, forse un po’ prolissi, ma molto poetici e teatrali. Amano la danza al suono del “fiddler” (violinista) che suona melodie di origine scozzese, importate dai primi “trappers” e minatori provenienti dall’Europa, nel secolo scorso. Ma nell’arena di Old Crow, i nativi hanno anche fatto vibrare l’aria con potenti tamburi di pelle, che, accompagnati da canti di battaglia, mi hanno portato lontano nel tempo con la fantasia.
A Bonatti sarebbe piaciuto tanto questo evento…

…Continua

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Fort Yukon, Alaska Pt.2:Cinque giorni in balia degli elementi

Il giorno dopo la situazione peggiora. Secondo me dovremmo aspettare, mentre i ragazzi insistono a voler proseguire. Ho un brutto presentimento, ma effettivamente non abbiamo scelta. È un fenomeno anomalo che potrebbe durare settimane e impazziremmo a rinanere fermi come dei naufraghi. Non facciamo neanche in tempo a uscire dal canale che vengo sbattuto da una raffica sulla spiaggia e non riesco più a distaccarmi, nonostante tutti i miei sforzi. Mi arrendo, dobbiamo fermarci di nuovo. I canadesi sono costretti invece sulla sponda opposta. Li vedo spuntare tra la vegetazione dopo alcuni minuti, a piedi. Gesticolano mandandomi un messaggio preciso: “Rimani dove sei! Non provare a traghettare! Ci accampiamo qua!”.

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Il fiume s’ingrossa ancora, piove e la spiaggia dove mi accampo è un trubine di sabbia. Cade un albero in acqua proprio nell’isola accanto alla mia. Monto la tenda, la avvolgo nel tarp e cerco di mettere in sicurezza Rossana. Per fortuna lei è bella pesante e per spazzarla via ci vorrebbe un tornado. La situazione è ora sotto controllo e possiamo riposare alcune ore.
Una domanda ci perseguita: “A quanti chilometri saremo da Fort Yukon?”. Guardo e riguardo la mappa, ho una vaga idea, ma non ci sono punti di riferimento e…le mappe topografiche a disposizione sono vecchie di quarant’anni. Andra’ bene, il fiume ci portera’ avanti.
Bill mi chiama in nottata quando il vento si calma un po’: “Proviamo a guadagnare chilometri adesso!”.
Vaghiamo quindi per paludi e canali per circa quattro ore. Identifico un cabin sulla mia mappa, che sia proprio quello che vediamo sulla sponda sinistra? Uno scorcio di tramonto meraviglioso si intravede tra le nuvole e ci illude che sia finita, ma poi un’atmosfera lugubre ci avvolge e ci troviamo in un cimitero di tronchi sommersi, che si vedono appena. Invito i miei compagni a campeggiare nuovamente e a ripartire in giornata. Troviamo una spiaggia fangosa e un’orda di zanzare a darci il benvenuto. I ragazzi sono evidentemente stressati e ne hanno abbastanza. Niente Bering Sea per loro, il delta è largo 40 miglia e rischierebbero di trovare onde di due metri. Io sono sereno, ma sono cosciente del pericolo evidente che vedo adesso. Queste condizioni sono davvero un tentare la sorte, è il clima di settembre. Ma non possiamo mollare prima di Fort Yukon! Devo assolutamente trovare questo villaggio di nativi. Se lo passassimo ce ne accorgeremmo solo perché il fiume scorre poi verso sud ovest…ma il prossimo punto di uscita potrebbe essere Yukon Crossing a circa 250 km di distanza, che con questo tempo potrebbe richiederci una settimana!

Terzo giorno nel falts. Decidiamo di unire le barche, legandole a prua e poppa. Creiamo così una sorta di catamarano, impossibile da rovesciare, ma che imbarca decine di litri d’acqua! Le onde “rimbalzano” su Rossana e mi innaffiano come una pianta. L’acqua mi arriva ormai sopra le ginocchia.

Facciamo una fatica boia a tenere il “catamarano” dritto nel main stream. Il vento è teso e Rob, seduto a prua, può fare la differenza solo se vogliamo girare a destra. Per il resto è tutto sulle braccia mie e di Bill che ansima come un toro, in preda alla fatica. A volte dobbiamo infilarci in canali di acqua morta per riposare o, in caso di emergenza, non avremmo le energie per timonare correttamente.

Ennesima notte su un’isola. Una bella spiaggia, ma il vento danneggia la tenda di Bill e la sabbia rende inutilizzabile le cerniere di quella di Rob. Sento che Fort Yukon è vicina. C’è della schiuma in acqua e da lontano a volte sentiamo una sorta di ronzio, simile al passaggio di un motoscafo. Non possiamo mancare il bersaglio rimanendo a destra e puntando a Nord Est, me lo sento.

Il quinto giorno smontiamo le tende e proseguiamo in condizioni piuttosto normali. Piove leggermente, il fiume si è placato parecchio.Dopo tre ore circa, scrutando l’orizzonte vedo qualcosa che sembra un albero altissimo…è l’antenna radio di Fort Yukon! Esultiamo pieni di gioia, e ci manteniamo sulla destra.

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Appaiono delle case colorate. Ce l’abbiamo fatta. Sapremo dopo che tutti quelli in canoa diretti a ovest si sono fermati qua. Nessun gruppo, tantomeno solo paddlers, proseguiranno per il mare di Bering, nella prossima settimana almeno.

Ma cosa sta succedendo esattamente al clima di questa regione? Cosa è rimasto a Fort yukon del passaggio di Bonatti? Chi sono gli altri sventurati che sono giunti qua su una canoa nei giorni scorsi?

A breve, sul blog.

 

 

 

 

 

 

 

Fort Yukon, Alaska Pt.1: Dove il vento piega la foresta

Lasciare Dawson City e’ stato emozionante. Alcuni amici mi hanno raggiunto al dock mentre caricavo la canoa, per un saluto affettuoso.” Gli addii nel Grande Nord sono sempre molto intensi”. La mattina della partenza, Holly, barmaid del Pit, mi aveva indicato due signori seduti al bancone: “Hey Igor, questi due gentlemen sono canoisti che vanno fino al mare di Bering, magari potete fare un pezzo assieme”. Holly non poteva sapere che questa semplice indicazione avrebbe cambiato, in meglio, il destino mio e dei due misteriosi paddlers che stavano dando fondo alla bottiglia dopo i primi settecento chilometri del loro lungo viaggio. Rob e Bill, baldi sessantenni di Vancouver, le stavano raccontando che questa spedizione era un sogno nato dalla loro prima pagaiata assieme sullo Yukon nel 2010 (da WH a Dawson) e che avevano anche raccolto 7000 dollari per l’associazione “Make a Wish”, che esaudisce i desideri di bambini malati, considerati ormai terminali.

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Con loro ci siamo ritrovati, per caso, su un’isola appena fuori il villaggio fantasma di 40 Mile (83km a nord di Dawson). Nei giorni seguenti, pur pagaiando da solo, li ho ritrovati con piacere durante la sera, e abbiamo potuto festeggiare la buona giornata con un po’ di Fireball (liquore dolce locale).
La nostra media, nonostante il solito fastidiosissimo vento pomeridiano, era circa di 80/100 km al giorno, coperti da loro in una decina di ore e da me in circa undici/dodoci.

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In due giorni eravamo quindi gia’ a Eagle, attraversando gli ultimi canion dello Yukon canadese ed entrando in Alaska. In quattro giorni e mezzo eravamo a Circle, dove il fiume diventa largo piu’ di un miglio e dove cominciano i Flats. Da qui parte una vasta area (grande piu’ o meno come la Pianura Padana) in cui lo Yukon misura fino a 3 km in larghezza e orientarsi è stato difficile anche per Bonatti, date le migliaia di isole e canali, che spesso diventano scoraggianti paludi popolate solo da castori e zanzare, e dove montagne di tronchi spezzati si ammassano su secche e spiagge. Uno spettacolo davvero inquietante, in cui il fiume sembra ricordarti quanto possa essere temibile durante una piena, e quanto sia fragile tu in questa dimensione primordiale.

Io, Bill e Rob, sapevamo bene che il vento avrebbe potuto causare problemi e, poiche’ obiettivamente la loro mappa era poco precisa (stampata da Google Maps) e non avevano neanche una bussola (…!) abbiamo deciso di attraversare insieme questo labirinto che si rivelera’ un massacro di cinque giorni, in cui il nostro unico scopo sarà sopravvivere, pur proseguendo, vittime di una condizione metereologica assolutamente anomala e straordinaria.

Approfondiro’ il discorso meteo nei post successivi poiche’ questo fenomeno e’ davvero interessante. Ne sto parlando con i nativi di Fort Yukon , seriamente preoccupati per il cambiamento climatico repentino, e vorrei darvi nozioni piu’ precise e dettagliate.

 

Ma torniamo ai Flats.
Normalmente sono considerati una zona desertica di transizione tra la Taiga e la Tundra dei Caribou. Il fiume scorre ancora veloce, l’acqua e’ leggermente piu’ calda e la vastita’ del letto, come ho detto, crea una gran quantita’ di zone ristagnanti separate da isole di ogni forma e dimensione. Poco a sud di Fort Yukon, citta’ con il record di temperatura massima e minima in Alaska (100 e -80 farenheit), si attraversa il Circolo Polare Artico, ma il clima estivo e’ notoriamente afoso e il fiume considerato una “easy and nice paddle”. Obbligatorio fermarsi, come faceva Bonatti, durante i temporali, ma in generale la notte si viaggia bene e la pioggia è considerata un evento raro. Anche in condizioni normali comunque, non sapere leggere una mappa o usare la bussola potrebbe causare problemi seri. Perdersi del tutto è praticamente impossibile, la corrente prima o poi si trova, ma si rischia di incappare nella Halfway Wirphool (zona di correnti vorticose da attraversare nel canale più vicino alla sponda sinistra) o di passare troppo lontano dalla città di
Fort Yukon (sulla destra, dopo un labirinto di canali enormi) e non poter uscire dal fiume per altri 200 km. Chiaramente anche il GPS ( che noi non avevamo per scelta) puo’ risultare un oggetto piuttosto inutile in questo caso. Non esiste una mappa aggiornata delle isole dei flats, poiche’ a ogni icebeakup se ne creano di nuove e ne spariscono altrettante. Unica soluzione, come mi disse Rossana una volta, è puntare la direzione del punto d’arrivo e remare.

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Dal pomeriggio in cui abbiamo lasciato Circle, siamo stati testimoni di un susseguirsi di temporali, brevi e intensi, vento che sfiora i 30 nodi, ingestibile su una canoa canadese da 17 piedi, specie se da soli a governarla. Il clima che si ha di solito a settembre…

Eravamo gia’ abbastanza esperti nel gestire le nostre imbarcazioni ed evitare di essere risucchiati dai vari canali (larghi anche il doppio del Po), anche con vento di una discreta forza, ma proprio per questa congnizione di causa e senso di sicurezza acquisito, abbiamo rischiato piu’ di quanto avremmo dovuto, trepidando per diverse ore al giorno, e capendo che stare nel canale principale era un tentato suicidio, ma sarebbe risultato pericoloso anche costeggiare!

Bonatti scriveva a proposito delle sponde dei flats: ” Le alte rive argillose dello Yukon sono state corrose dalle correnti estive gonfie d’acqua, ma le strutture di antico ghiaccio hanno resistito e appaiono modellate come marmoree arcate di assurde cattedrali su cui si regge e prolifera la foresta. Costeggiando capita di passare, per chilometri e chilometri, accanto a queste foreste sospese su arcate ghiacciate e sporgenti anche per dieci metri.[…] Ciò resta tuttavia un serio pericolo: da un momento all’altro tutto può crollare”.

Inizialmente abbiamo fatto quello che era giusto in caso di bufera: approdare sulle isole e aspettare. Sebbene montare le tende con il vento e la sabbia negli occhi non fosse piacevole, nonchè fosse disgustoso mangiarsi mezza spiaggia ogni volta che si provava a cucinare fuori dalla tenda, eravamo felici di scampare alla furia delle acque.

Per due giorni abbiamo provato a guadagnare chilometri la notte, assaliti dalle zanzare ogni volta che entravano in una palude e in preda alle paranoie legate all’orientemento.
Poi il vento ha cominciato a montare seriamente, al punto che non riuscivo più a guadagnare un centimetro in avanti, nonostante la corrente e le pagaiate. I miei amici, in tandem,
potevano sicuramente controllare il mezzo meglio di me. Spesso non riuscivo neanche a riportare in avanti il remo dopo averla estratta dall’acqua per via del vento.
D’un tratto ci troviamo a costeggiare le muraglie di permafrost che cadono a pezzi, menzionate da Bonatti. Il fiume fa una grande curva a sinistra e cominciamo a costeggiare perché la situazione comincia a fare paura. “Troppo vicino alla riva Igor, rischi di finire sotto una torta di terra con un albero per ciliegia”, mi diceva una vocina nella testa.

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Puntuale come un orologio svizzero arriva, nel momento peggiore, la raffica di vento. La prua di Rossana si gira quindi inesorabilmente e mi ritrovo di traverso a dieci metri dalla riva in balia degli elementi. Le provo tutte: pagaio a sinistra dando “pancia” alla corrente, poi a destra per traghettare in qualche modo, ma niente. Mi viene un’idea: pagaiare all’indietro. Con grande fatica guadagno qualche metro, finché un ritorno di corrente non mi risucchia sotto una delle arcate e mi spinge contro un tronco. Acquisisco quello che Bonatti chiama uno “stato di grazia”, che per me invece si traduce in “mi cago addosso, ma con stile”.

Rimango dunque qualche minuto ad aspettare che mi venga un’idea, concentrato ad analizzare la situazione. Davanti a me il fiume scorre rapido e fangoso, il vento tiene Rossana contro la parete di permafrost che mi pende sulla testa e, a poca distanza, vedo Rob e Bill in difficoltà che pagaiano verso un’insenatura, sparendo dalla mia vista.
Fischio un paio di volte con il fischietto di emergenza per richiamare la loro attenzione, ma non mi possono sentire. Faccio allora pressione sul tronco per spingermi nuovamente nella corrente. Il permafrost intorno a me è abbastanza solido, ma ne vedo cadere dei pezzetti più a monte e mi preoccupo.
Rossana mi porta via dai guai e come un missile passo l’insenatura e approdo su una striscia di ghiaia dove i ragazzi mi attendono preoccupatissimi. “Mio Dio ragazzo!! Eravamo pronti a chiamare i soccorsi! Eri dietro di noi e sei sparito per un bel po’! Sai che ti dico? Ti sei appena meritato un Rum e Cola!”. Torniamo in acqua per trovare un’isola decente per accamparci e passiamo la notte in tensione. Il vento si ostina a soffiare forte anche nelle ore serali. Maledizione!

…continua a breve

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Dawson, Parte 2: Riorganizzazione prima del salto

I primi 750 km circa sono stati un lungo riscaldamento in attesa di intraprendere la seconda fase del viaggio verso gli sconfinati FLATS dell’ Alaska e il remoto Porcupine.

Il fiume fin qua si è già radicalmente trasformato tre volte. Da Whitehorse a Hootalinqua lo Yukon scorre tra canion meravigliosi e in un letto piuttosto stretto, con una corrente che aumenta progressivamente in proporzione all’ampiezza del fiume stesso che si unisce prima al Telsin e poi, per l’ennesima trasformazione, con il White River.

Quest’ultimo trascina un’infinità di detriti glaciali dalle montagne, nonchè una gran quantità di tronchi, che ne colorano l’acqua di grigio e marrone. Chi vi ha detto che nello Yukon è impossibile trovare un Log Jam non ha sicuramente attraversato questo tratto di fiume.


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Qua è tutto un ribollire di fango e sabbia e, specialmente quest’anno che ha nevicato poco, è facile che si formino delle secche su cui si arenano alberi enormi con tanto di radici. A volte mi trovo a remare tra labirinti di correnti e isole, in cui il fiume scorre su livelli diversi.

E’ impressionante ritrovarsi come su una piramide d’acqua, in prossimità dell’incontro tra più correnti, con velocità e masse diverse.

Dall’osservazione di questo fenomeno sono anche abbastanza certo di aver capito cosa è successo a Bonatti quando, appesantita la canoa con dei sassi per contrastare il vento, è rimasto prigioniero di un gorgo, vivendo un brutto quarto d’ora.

Il suo problema inizialmente, proprio come me, era il vento. E’ vero che si deve zavorrare la prua per “pescare” meglio le correnti, ma è anche vero che se si esagera, se ne può rimanere imprigionati. Bonatti quindi ha probabilmente caricato una sessantina di kg di sassi per bilanciare il proprio peso e ha cominciato a costeggiare, come si fa di solito in caso di vento forte. Il problema, ed è una cosa che ho capito a mie spese, è che se non si è lontani dalle isole, la corrente comincia a scorrere nel canale che le separa dalla riva e ti risucchia (questo avviene anche nelle grandi anse e nelle gigantesche morte che esse generano).

Quando il fondale è meno profondo questo fenomeno genera dei grossi gorghi che si possono tagliare facilmente remando, ma generano una discreta turbolenza che la prua sente in modo particolare. Se volete lasciare scorrere la barca, potete rimanere a girare in tondo per ore, e osservare il fenomeno… fino a vomitare.

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Una delle grandi differenze con l’esperienza di Walter è sicuramente la presenza di “punti di ristoro” per paddlers, che si trovano in media ogni cento chilometri. Generalmente sono solo delle radure con un tavolino e una Outhouse (latrina chiusa, evoluzione pulita e organizzata di quello che potete trovare nelle zone remote della Russia o in Africa o ovunque non ci sia una fognatura), ma capita che un ex villaggio di nativi (come Minto) diventi una piccola fonte di businness con tanto di fornitura di caffè, torte o addirittura cheesburger.

In questi chilometri, più soggetti a traffico di tour guidati per turisti (tedeschi, australiani e giapponesi in primis), mi capita spesso che i gestori dei punti di ristoro mi chiedano “hey, hai mica visto un gruppo di sette canoe con tedeschi? Dovrebbero arrivare qua domani per pranzo”. Per una questione di sicurezza nonchè di cortesia, mi premuro sempre di contare persone e canoe che incontro e annotare se hanno problemi o meno. Il passaparola è l’unica forma certa di controllo del traffico sul fiume e, in caso di incidenti, una fonte di informazioni per il Search and Rescue. Le guide ufficiali tuttavia, hanno la buona abitudine di avere dei telefoni satellitari e, spesso, anche lo spot. Lo Yukon è un’autostrada d’acqua, che mette in comunicazione due grandi Paesi e, seppur remota, ha una sua vita, i suoi abitanti e le sue leggi. Leggi più simili a quelle del Far West, ma pur sempre leggi.

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Mi attendono ora dei giorni di preparazione e riorganizzazione dell’attrezzatura e di Rossana. L’Alaska è vicina e presto entrerò nei flats, qiundi dovrò prepararmi per temperature più rigide e vento più forte, nonchè luoghi più remoti e desolati. Il Porcupine sarà una bella sfida, ma appunto, prima entriamo in Alaska.

 

 

 

 

 

Dawson, Parte 1: Ho trovato il sentiero di Bonatti alle Five Fingers

Giungere a Dawson City è stato come tornare a casa dopo mesi e mesi di viaggio. Nel wilderness il tempo non serve, come quando ero in grotta. Se nel “Pidocchio” (nel cuore di Monte Pellegrino) ho vissuto una lunghissima notte di un mese, qua ho invece l’impressione che sia un’unica, interminabile giornata, in cui le stelle non appaiono mai.

Lunedì, dopo aver lasciato Carmacks ho affrontato le prime rapide della mia vita e, spero, le ultime dello Yukon: le Five Finger Rapids.

Prima di affrontarle nel 1965, Bonatti aveva fatto “portage”, per circa un miglio, trasportando parte del carico della canoa oltre la zona di turbolenza e passare quindi tra le onde senza il rischio di perdere tutto, in caso di rovesciamento. Ad attenderlo, il giorno della traversata, c’era l’amico e istruttore Mario Lovricic, un personaggio affascinante di origini jugoslave, tra i migliori paddlers di Whitehorse. Screenshot (79)
La descrizione di quella giornata è davvero molto emozionante e vi consiglio di leggerla nel libro “In terre lontane”.
Prima di lanciarmi, ho cercato, e trovato, il sentiero che aveva utilizzato per il portage. E’ un minuscolo tracciato in mezzo alla vegetazione, dal quale emergono ancora i cavi di acciaio usati durante la Gold Rush, per fare passare il battello a vapore al centro del canale, mettendolo in sicurezza con enormi sistemi di ingranaggi. Le guide dello Yukon, a cui avevo chiesto informazioni in merito,non conoscevano questo passaggio. Invece, proprio come descritto nel libro, poco prima del canale di destra c’è una piccola insenatura dalla quale si può risalire in cima ai faraglioni (quello che ormai è un Belvedere raggiungibile anche dalla Klondike Highway). Non si può sbagliare, è l’unica “morta” in cui è possibile accostare.
Tra gli alberi e i tronchi spezzati, si intravede un piccolo fazzoletto di terra coperto da un mantello di muschio. Assicurata Rossana a uno dei tronchi più solidi, ho quindi ripercorso quel miglio in mezzo alla foresta, da solo, con il cuore in gola, come se avessi scoperto Atlantide!

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Ho dato poi uno sguardo alle rapide, come per convincermi che fossero davvero facili anche per me…ma l’altezza dei faraglioni mi faceva capire che le onde erano circa un metro d’altezza. Niente male come prima volta.

Tornato da Rossana, la prego di aiutarmi a vincere la paura e ci lanciamo assieme in questa ennesima avventura.
Veniamo risucchiati subito dalla corrente, velocissima, nel canale di destra, ma le rocce sembrano essere troppo vicine. Tutto è esattamente come nel libro e mi sembra di rivivere un momento di una mia vita passata. I gorghi ai lati della canoa mi danno senso di vertigine e pagaio a più non posso per affrontare la corrente che si immette da sinistra dopo alcune decine di metri.

Prendo bene questo flusso d’acqua, ma porto Rossana troppo a sinistra e mi trovo di traverso, verso le onde più grosse, quelle della corrente di destra, che arrivano veloci.

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Provo a correggere con il remo, ma è troppo tardi, sono certo di rovesciarmi. Arriva la prima botta, poi la seconda e in preda al panico mi aggrappo ai bordi della barca pronto a nuotare verso riva, nel caso finissi in acqua. Ma Rossana non mi tradisce e mi tiene in ballo in attesa delle prossime tre onde. Prendo quindi fiducia e remo come un matto, fino a quando sono fuori e posso fermarmi su un isolotto in acque finalmente calme.

Alzo gli occhi al cielo “Grazie…grazie…grazie”.

Passiamo quindi anche le Rink Rapids che da lontano fanno davvero paura, ma si passano senza problemi sulla destra. Si possono affrontare anche centralmente, ma lo consiglio solo ai paddlers che non temono le rocce e hanno davvero esperienza di white waters. Io mi limito a guardare lo spettacolo e a provare compassione per chi ci è morto, alla guida di una zattera, diretto a Dawson con un sogno nel cassetto, neanche tanto tempo fa.
Le Five Fingers non sono che un solo miglio dell’immenso Yukon. Il vero problema, che sembra il tormento di quest’anno, è il vento. Dato l’inverno appena trascorso, molto caldo e breve, quest’estate il tempo è compromesso da piogge frequenti e violente e da un fastidioso vento che soffia per circa otto ore al giorno da nord. Questo mi obbliga a pagaiare fino a tarda notte, per avere la certezza di aver percorso tra gli 80 e i 100 km in dodici ore ( l’allenamento quotidiano è straordinario!).

Eppure, nonostante le acque ribollenti e il vento, lo Yukon ti regala dei minuti di magia che non si vivono spesso. Come alcune sere fa quando, verso le quattro del mattino, sono stato svegliato da un branco di lupi che ululava al cielo, da qualche parte, su quelle montagne senza confini. Riaddormentarmi con quella ninna nanna è una di quelle esperienze che non dimenticherò mai.

In arrivo la seconda parte.

Carmacks, parte 2 “I primi giorni sullo Yukon”

A parte i rischi corsi sul Laberge, l ‘attraversamento dei primi 370 km circa è stato abbastanza sereno. I paesaggi sono meravigliosi e il fiume aumenta sempre più la sua corrente.  Per approdare è ora necessario pensarci almeno 300 m prima, o si manca facilmente il bersaglio. Da  Hootalinka, dove lo Yukon incrocia il Telsin e raddoppia in larghezza, a Big Salmon è stato un lungo traghettare, premiato dall’incontro con un gruppo di canoisti in vacanza che mi ha poi accompagnato per gli ultimi cinquanta chilometri fino a Carmacks. E’ meraviglioso, dopo giorni di solitudine,  condividere le proprie esperienze e imparare dai racconti di gente che vive la canoa nei modi più disparati. Si trovano grandi professionisti del settore, gente appassionata, ma anche ragazzi del posto che legano tre o quattro barche e vanno alla deriva prendendo il sole e bevendo birra (pratica che in teoria dovrebbe avere un “sober paddler” per canoa almeno, come quando si va a una festa in auto e si prevede di bere).  Se questo avviene la sera poi. soprattutto tra chi percorre tanti chilometri, è bello bere e ridere assieme delle proprie paure, magari intorno al fuoco, scacciando zanzare con un ramo di pino. Il 95% dell’avventura è fatica e concentrazione, il restante 5% di sogni a occhi aperti, momenti felici e amicizie è impagabile e vale più di tutto l’oro dello Yukon.

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Bonatti aveva percorso questi 170 km in circa 20 ore e  sempre più capisco che tra i suoi punti di forza, almeno sul fiume, c’era un alto livello di attenzione, anche dopo ore e ore di sforzo fisico intenso.

Sebbene io vada più o meno alla stessa velocità, per me è impensabile, se non sono assolutamente costretto, pagaiare per più di dodoci ore di fila. Se la giornata poi non è stressante e si viaggia bene, e magari fa anche caldo, il movimento della pagaiata è meccanico e continuo e sotto il sole ci si assopisce presto. Meglio quindi fermarsi quando si  è troppo cotti ed evitare di dare il peggio di sé in situazioni di emergenza. In questo viaggio non vi sono record da infrangere, anche perchè, non mi stancherò mai di ripeterlo, non vivere un’avventura secondo le proprie possibilità, ma tentare di fare i numeri esagerando può diventare sterile e arido. Ciò non toglie che si possa amare battere record, ma in questo caso non credo porti a nulla comunque.

Curiosità: oltre che sul lago, anche sullo Yukon si sono verificati degli episodi simili a quelli avvenuti durante il viaggio descritto in” In terre Lontane”.

I castori, l’alce con i piccoli, il grizzly sulla sponda di fronte, persino il gabbiano che ho dovuto cacciare con la pagaia perchè mi attaccava per proteggere il nido su un’isola vicina…

Domani, tempo permettendo affronterò il secondo più noto  ostacolo dopo il Lago Laberge: le Five Finger Rapids.

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Le Five Finger Rapids viste dalla Klondike Highway.

Carmacks-parte1 “L’ingannevole Lago Laberge”

Dopo aver lasciato Whitehorse alle 20 di lunedì scorso, ho raggiunto in nottata, e con facilità, un isolotto appena a sud di Upper Laberge, più o meno come la prima tappa di Bonatti.
L’indomani, verso le 12, parto sotto un cielo che minaccia pioggia, ma il vento è assente. So per certo che il lago, lungo 53 km e largo appena 4/5 km, è una trappola per topi. Bonatti lo attraversò a destra traghettando al largo e fu colpito dal vento verso tarda sera…lottò per ore contro onde alte, quasi al buio, rischiando “un naufragio senza scampo”. Ma il lago è anche noto per le sue meraviglie paesaggistiche ed essendo appunto ” solo un lago” molta gente spratica, illusa dal bel tempo, parte per la traversata diretta e si ritrova nei guai.

il lago Laberge al tramonto

 

Per prudenza quindi, appena entrato nel vastissimo specchio d’acqua, punto la riva sinistra, a circa 3km. Già a metà strada avverto delle vibrazioni dovute al vento che comincia a montare. Pagaio quindi più forte e raggiungo la riva dove, sotto una pioggia gelida, mi fermo a vestirmi con roba pesante. La pioggia mi abbandonerà di rado nelle lunghe 11 ore successive quando, fradicio ( i miei pantaloni non sono più impermeabili e l’ ho scoperto in quel momento), passo la grossa isola a metà circa del percorso. Nonostante i paesaggi meravigliosi, la mia ansia rimane costante. Il vento è cessato da un pò, ma sento che qualcosa sta avvenendo a sud. Come immaginavo, una perturbazione giunge rapidamente alle mie spalle e mi trovo presto a puntare una spiaggetta isolata per una sosta. Piuttosto che finire a bagno e andare incontro a morte certa, meglio aspettare “tranquillo” a terra.  Appena approdato mi accolgono festose un centinaio  di fameliche zanzare indemoniate. Faccio in tempo ad assicurare Rossana a un albero e a montare la tenda, poi crescono le onde e l’orizzonte è ormai frastagliato da “whitecaps”.  La mia sosta diventa quindi un bivacco e attendo per tutta la notte fino alla sera successiva, come un naufrago su un’isola deserta. Intravista una finestra di bel tempo, remo all’impazzata puntando  una penisola che, nell’oscurità della sera, si intravede appena.

me pioggia lago

Questa si trova a 5-6 km dal punto in cui riprende a scorrere lo Yukon. Per raggiungerla devo azzardare, perchè taglio un golfo e mi allontano dalla costa.  Mi spezzo le braccia per raggiungere quel lontano gruppo di alberi che sembra non arrivi mai! Ecco quindi tornare il vento, gelido data l’ora. Nella quasi totale oscurità mi accorgo che in realtà ho raggiunto una immensa spiaggia di ciottoli e tiro Rossana in secca quanto più posso perché temo l’alta marea. Monto di nuovo la tenda e la fisso per bene con i paletti e tutte le corde che ho. Corro a circa 50m dal bivacco a scaricare  la sacca con  i viveri  e poi  mi rifugio nel mio sacco a pelo, sudato marcio e infastidito dalla situazione. Il vento non si calmerà prima delle 15 del giorno dopo. Parto con buone speranze, ma le onde ora arrivano di fianco e devo zigzagare per tagliarle bene, sempre costeggiando. Come a mare c’è una pausa fra un treno di onde e l’altro e la sfrutto per virare, una volta verso la costa e una volta verso il largo e così via. Un colpo di fianco durante questa manovra significa finire a mollo.

Non vorrei essere in mezzo al lago per niente al mondo, la situazione è sicuramente molto più pericolosa laggiù.onde sul Laberge

Arrivo finalmente al fiume e navigo a cavallo della corrente fino a Hootalinka, ex villaggio della Gold Rush a circa 150 km da Whitehorse, dove sbarco verso le 23. Sulla riva mi accoglie un giapponese cordialmente, una guida che porta in giro gente per brevi percorsi nel wilderness:” WELCOME TO THE YUKON!”. Lo abbraccio felice, e ringrazio il cielo di aver passato il primo grande ostacolo del viaggio. Verrò poi a sapere che il secondo giorno di burrasca, mercoledi, due team che partecipavano alla Yukon Quest, gara di endurance tra WH e Dawson, hanno preso tre onde di quasi 5 piedi l’una e sono finiti a bagno. Uno di loro, rimasto per venti minuti nella morsa del gelo, è stato portato a riva da una barca appoggio in stato di ipotermia.

 

A giro breve la seconda parte.

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Sharks palermo, igor d'india

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Igor D'India Freelance Videomaker Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa? Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure venute in seguito, come la Marsala-Torino in bici per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la risalita a piedi del martoriato fiume Oreto di Palermo, il mese in isolamento in una grotta profonda 25 metri nel Monte Pellegrino (Pa) e l'attraversamento del Canada in autostop in inverno. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochi a disposizione. Lo stile tende a essere quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici che fanno "il lavoro per te", ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) così come il fallimento, garantiscono una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno male o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo, davanti a una fresca birra con gli amici, o davanti a una tastiera, quando metti nero su bianco l'accaduto, tra il sorriso e la nostalgia.

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