, ma per andare avanti devi trovare nuove risorse interiori. Io ci sto andando con i piedi di piombo, con la gradualità che più mi è congeniale, ma so di percorrere la mia strada nel modo giusto. Sto sperimentando il mio approccio ideale per affrontare al meglio le prove di questo percorso.
Cerco di aumentare “la qualità” dell’ approccio, aggiustando il tiro, progressivamente e nei limiti delle circostanze, verso l’essenziale. Ci vorrà tempo, ma di fretta si può morire in queste cose.
Soprattutto con la solitudine non si scherza, perchè se sei in un luogo “ostile” e sei “ai limiti delle tue capicità psicofisiche vengono giù tutte le maschere”.
Dietro la maschera si trovano i paurosi travestiti da indomiti, infami nella veste di predicatori, leoni nel corpo di un agnello. Non tutti vogliono sapere cosa c’è dall’altra parte, scavare dentro se stessi può far male.
Fare lo speleonauta per “soli” 30 giorni in una grotta, escludendo orologi, telefoni, internet, lettori mp3 e materiale da campo costosissimo, mi sembrava una prova molto importante. Negli anni 60 gli speleonauti erano pionieri seguiti da enti come la NASA, con milioni di dollari alle spalle, grande interesse dell’opinione pubblica e di scienziati di ogni sorta. Tutto quello che c’era da scoprire è stato scoperto, ma non significa che non si possa vivere oggi un’esperienza su misura ispirandosi a quei momenti storici.


La personalizzazione dell’impresa è stata facile: da documentarista avrei avuto impressioni e reazioni diverse da quelle di uno speleologo, faccio parte di una generazione che di speleonauti non sa nulla e che vive di comunicazione costante in ogni sua forma e con ogni mezzo (quindi avrei potuto risentire maggiormente della mancanza totale di azione e la condizione di “assenza di tempo”), ma soprattutto avrei indirettamente condiviso l’ impresa online, e sarebbe stato un esperimento narrativo unico nel suo genere.
Certo, il primo sopralluogo nella grotta candidata mi aveva lasciato un pò titubante. La sensazione di “aria pesante” che si percepisce quando si entra in quel buco strettissimo, il relativo freddo, il buio assoluto, la pavimentazione fangosa e la presenza di pozzi profondi intorno al “campo”, mi hanno dato subito una discreta idea di quello che avrei affrontato. Non è esattamente come attraversare la vastità di una foresta, in cui sforzo e paura sono ben ricompensati dal paesaggio…quel posto è oggettivamente orrendo per trascorrere le proprie giornate, è claustrofobicamente minuscolo ed è sempre una notte senza stelle perchè sei in un pozzo profondo come un garage a sei piani, umido al 100% dove ciò che è bagnato resta tale.
Non ci entri con l’idea di vedere meraviglie della natura e uscirne a fine giornata per una birra fresca. Entri per stare un mese senza fare fondamentalmente nulla.
L’organizzazione è stata rapida ed efficace. Due mesi circa per trasformare un’idea in fatti, trovando contatti, finanziamenti, competenze, materiale.
I ritmi dovevano essere serratissimi, avrei presentato a breve Oreto The Urban Adventure.
La sera dell’ ingresso è arrivata presto e in pochi minuti ho lasciato sopra di me l’impresa organizzata e sono entrato nella fase “operativa”…che inizialmente non è stato altro che sistemare pacchi e mettersi a dormire esausto.
Vi sono stati poi diversi giorni di acclimatamento, passati i quali l’aria sembrava fresca e pulita come mai ne avevo respirata.
Il mondo esterno era dentro di me per “proiezione”, tutto era solo da immaginare. Inconsciamente stavo già preparando un’altra impresa, uscire.
Sottoterra non esiste il tempo e un orologio non servirebbe ad altro che a farti impazzire. Cosa ti porti a fare un cronografo dove l’unico concetto di tempo lo puoi rappresentare tu con il tuo invecchiare di cellule e carne che giorno dopo giorno si trasforma fragilmente nel suo brevissimo ciclo vitale?
Tutto quello che hai intorno (stessa percezione che ho avuto nell’Oreto) esiste da talmente tanto tempo che il crollo più recente sarà avvenuto quando a Palermo non c’erano neanche le auto.
L’orologio sei tu. La giornata va da quando non hai più sonno e ti alzi, a quando sei stanco di stare seduto e torni a dormire (18 ore circa). Quando hai fame mangi quando la devi fare la fai (wc chimico da svuotare in bidoni stagni da 35L che sono rimasti in grotta con me per tutto il mese).
I viveri al buio e al fresco si conservavano bene. La gran parte erano scatolette e buste con preparati dietetici a lunga conservazione, ma anche il salame, il formaggio stagionato e la frutta (bei tempi della prima scorta di viveri!) hanno fatto il loro dovere per due settimane buone. Poi per evitare di attirare gli insetti, parte di questi alimenti sono stati rimpiazzati e hanno dominato i preparati in busta. C’è stato quindi un solo rifornimento intermedio di batterie e viveri (i 50 L d’acqua sono invece bastati per tutto il mese) mandando all’aria i miei piani di autosufficienza totale che dovevano rendere questa esperienza ancora più ardua e interessante.
Da questo errore ho imparato parecchio, mortificandomi e autocommiserandomi per infinite ore e analizzando poi gli aspetti della rinuncia in maniera critica.
Del resto “se ho successo in qualcosa significa che ne sono già capace”, mentre se sbaglio ho da imparare e facendo tesoro dei miei errori posso migliorare! Dal fallimento traiamo l’insegnamento massimo.

A tal proposito inoltre, l’elemento che più ha “sporcato” l’esperienza solitaria è stata ovviamente la radio. Per quanto i contatti fossero telegrafici e una sola volta al giorno, mi “riportavano al mondo” interrompendo a volte pensieri e momenti di fragilità.
Tuttavia in questo caso, se mi fossi rifiutato, la macchina organizzativa si sarebbe bloccata perchè è pur sempre un’esperienza in territorio urbano e ci sono enti e autorizzazioni da rispettare. La mia responsabilità nei confronti del CNSAS e della Riserva Orientata di Monte Pellegrino non era da sottovalutare e questo compromesso è stato necessario.
Quest’altra “macchia” ( mai avevo usato una radio nelle esperienze passate), mi ha però convinto che la prossima volta farò il passo definitivo verso la realizzazione di uno “stile” più giusto per questa fase della mia vita. Essermene convinto in grotta, quando la solitudine si faceva sentire prepotentemente, è segno che la decisione è stata presa nel momento ideale.
La strada è quella giusta, lo testimonia anche che dopo due settimane l’ambiente “ostile” della grotta era diventato perfetto per far volare sogni e pensieri senza più catene, leggere e studiare senza distrattori esterni e programmare con calma strategie per i prossimi mesi.
La roccia è diventata casa, il fango normalità, tre metri quadrati un ampio salone, la puzza di muffa degli zaini un odore familiare. Solo la mia puzza rimarrà insopportabile nella memoria…
Sul ritorno alla “luce” parlerò in seguito.
Affronterò anche, con altri post, le domande e le curiosità che mi hanno sottoposto i lettori dividendole magari per argomento.
Restate connessi!