Embrione di un nuovo progetto

Mi sono sempre chiesto come vivrebbe l’uomo se non avesse più sistemi di orientamento temporale,orologio e luce solare, in solitudine e in un ambiente poco confortevole.
Da questo pensiero è partita una ricerca di informazioni sulle comunità che vivono sottoterra e sui casi di persone (speleologi, geologi o semplici vittime di incidenti) che sono rimaste isolate in situazioni simili per giorni o addirittura anni. Subito dopo è nata un’idea sulla quale ho elaborato un progetto su misura per le mie possibilità…almeno mi auguro.
Se abitassi in una grotta a 40 metri di profondità, da solo, senza orologi e telefonino, potrei sperimentare (seguito a distanza da medici e speleologi esperti) le reazioni del mio corpo , non abituato a entrare in grotta, e potrei documentarle giornalmente realizzando un documentario. L’epoca degli speleonauti sarà anche terminata, tutti gli studi del caso già effettuati, ma a fini documentaristici può essere una frontiera interessante e ricca di spunti narrativi. Non si intende quindi portare a compimento uno studio scientifico sulla permaneza in grotta per molto tempo, in stile speleonauta appunto, bensì conoscere meglio l’uomo attraverso il contatto diretto con le sue paure e le sue reazioni a situazioni di vita anomale in ambiente ostile. Mettere uno che di grotte non sa nulla in una situazione del genere può essere interessante. L’assenza di azione ( e che devo fare in 6 metri quadrati?)  luce naturale, il silenzio e lo sfasamento del ritmo circadiano, dovrebbero intensificare pensieri, sogni, ansie  e paure. Solitamente nelle esperienze che vivo da solo c’è molto da fare e tutto si basa su un continuo orientamento spazio-temporale. Ora vorrei annullare tutto ciò e passare a un misurarsi nudo e crudo…vediamo quanto tempo e con che risultati ne uscirò.

Sarò tuttavia a disposizione di chi, per fini scientifici vorrà
trarne eventuali spunti o dati di interesse collettivo. Altre news a breve sul quando e soprattutto con il supporto di chi.

Ringrazio intanto il CNSAS sezione Sicilia Occidentale che mi dato da subito le basi tecniche e la disponibilità per intraprendere questa prova e in particolar modo Marco Nicolosi che con pazienza mi accompagna in grotta e mi ripete le cose cento volte per evitare che mi schianto da qualche parte.

Ci saranno altre rielaborazioni personali durante il pre-ingresso…tutto è ancora in fase poco più che embrionale e le idee maturano nel tempo. Intanto sto scegliendo la mia “tana”.

 

 

 

 

 

Prove sul terreno, anzi…sotto

Come già accennato, lo studio di fattibilità per la prossima avventura è sul finire. Se son rose fioriranno. Intanto con gli amici del CNSAS di Palermo, nello specifico con il meticoloso Marco Nicolosi,  cerco di imparare le tecniche speleo di base e prendere confidenza con oggetti dal nome inquietante tipo il “CROLL”. Chiamare “croll” un attrezzo da usare in mezzo a pareti di roccia e sassi è a mio avviso come chiamare “annég” un attrezzo da usare sott’acqua…ma questo è solo un punto di vista. L’importante è che, come lo chiami lo chiami, ti impedisce di andar giù, anzi ti aiuta a tirarti sù.

Perchè mi serve tutto ciò si saprà spero a breve. Annnuncio intanto che stiamo pulendo l’audio del doc sull’Oreto e che entro la fine del mese ci dovremmo levare anche questo dente, prima di cariarne un altro.

Restate connessi.

p.s  Nel video Marco armeggia con le cortissime fettucce del mio imbrago che non riesco ad allacciare alla vita…non vi fate venire idee strane.

A breve si capirà

Lo studio di fattibilità per la prossima avventura è in fase conclusiva e tende al bello. Al momento l’unica cosa che si può dire è che avverrà nel sottosuolo…

Più info la settimana prossima.

Qualcosa bolle in pentola…

La settimana prossima si saprà se lo studio di fattibilità dei prossimi due progetti in lavorazione passerà alla fase organizzativa. Cose belle.

Da magmagazine.it

Scritto dal direttore di TG Leonardo, Girolamo Mangano, per www.magmagazine.it

Piovono pecore

Durante una scena dei Ghostbusters Bill Murray dice “…se piove merda dal cielo e c’è da metterci un ombrello, chi chiamerai?”

Facendo parte del CNSAS (Soccorso Alpino e Speleologico) come operatore video, ho imparato che questo affiatato gruppo di volontari, altamente competenti in materia di soccorso in grotta e in montagna, è spesso chiamato a intervenire nelle situazioni più disparate. Del tipo: “se piovono pecore in una scarpata e c’è da andarle a recuperare una per una prima che il santuario di Tindari puzzi di morte, chi chiamerai?”.

Chiaramente, scherzi e similitudini cinematografiche a parte,  il fatto in questione è pura realtà e non c’è neanche tanto da ridere. La notte di Natale un ovile posto proprio sotto al santuario della Madonna di Tindari è stato attaccato da uno o più cani (le fonti non sono state precise in merito). Un primo ovino è stato sgozzato e ucciso subito, probabilmente insieme a un paio di agnellini , mentre il resto degli animali, circa 50 capi, è scappato verso un pericoloso pendio.

Come tutte le situazioni di panico in luoghi impervi la fuga si è trasformata in una tragedia. Le pecore in testa al gregge avranno forse cercato di fermarsi sull’orlo del muretto in pietra che delimita il baratro , ma sono state travolte dalle altre che seguivano e  si sono trovate tutte a ruzzolare in modo scomposto verso i fichi d’india sottostanti e poi ancora giù nella scarpata.

Saputo il fattaccio enti e autorità si sono attivate per rimuovere le carcasse. L’intervento é stato richiesto dal sindaco Giuseppe Mauro Aquino, d’intesa con l’Ispettorato ripartimentale foreste di Messina e, presi gli accordi e firmate le carte , il CNSAS è entrato in azione con quindici tecnici  provenienti dalle stazioni di Linguaglossa, Palermo, Catania e Nicolosi.

L’intervento è stato abbastanza semplice da organizzare, ma faticoso da effettuare. In progress sono state fatte tre o quattro modifiche al sistema di corde e contrappesi che permettevano ai tecnici di issare le carcasse poichè la zona era piuttosto impervia e gli ostacoli sulla linea di corda   dovevano essere aggirati scrupolosamente, onde evitare ulteriore fatica (se la pecora fosse rimasta incastrata) o, peggio,  l’esplosione dei corpi già gonfi.

La rocca di Tindari è un luogo spettacolare,  la puzza degli animali  invece era a tratti insopportabile. Non di rado in seguito agli urti gli ovini rilasciavano gas nauseabondi dai vari orifizi.  Sembrava persino di sentirli belare debolmente quando l’aria fuoriusciva dalla trachea.

Sul luogo sono poi intervenuti i pecorari. Tra questi anche dei ragazzini, uno dei quali poco più che dodicenne forse, che trascinavano per le zampe le bestie morte fino al camion del Comune. Ogni tanto le lanciavano giù per il muretto e le vedevamo rotolare per alcuni metri con le ossa completamente rotte  e il collo attaccato al corpo per miracolo. Per quanto riguarda il lavoro del CNSAS tutto è andato per il meglio, nonostante la fatica.

Quando vedo le pubblicità di quell’ amaro in cui quattro amici effettuano “operazioni di soccorso ” recuperando quattro scemi vestiti a festa che sono andati alla deriva (con mare perfettamente calmo) su una bettolina, o ancora peggio andando a prendere un’anfora da una barca “con la tempesta che stava arrivando” (in palese assenza di vento), gli farei passare una giornata come questa…che per questi ragazzi non è neanche delle più pesanti.

Nella breve clip video di seguito alcuni braccianti fanno un tutorial su come portare una pecora morta per una scalinata…roba da diventare vegetariani.

“FOTOCICLANDO PER I MARGI” Primo Raduno MTB a Petrosino

Domenica 20 Novembre, in seguito all’invito di Davide Piccione e dell’associazione Musa, sono stato ospite della bella manifestazione “Fotociclando per i margi  e le riserve” avvenuta tra le vigne e le scogliere della zona di Petrosino (Marsala).

L’evento, una pedalata simbolica tra riserve e vigne per documentare e denunciare il degrado ambientale della zona, è stato organizzato dall’Associazione Culturale Gruppo Musa, in collaborazione con l’ASDC Acido Lattico,  patrocinato dal Comune di Petrosino e dalla Provincia Regionale di Trapani e con il supporto  dell’Associazione nazionale dei Vigili del Fuoco in Congedo di Petrosino. Tra le adesioni anche il Coordinamento di Libera Marsala.

Per gentile concessione dell’organizzazione, ho esteso l’invito a Manuel Ardenghi e Ugo Ghilardi, gli amici di Bergamo che in estate hanno fatto 9000 km in bici per riunire le 110 province italiane e che ho incontrato e intervistato in Calabria durante la mia Marsala-Torino  (la loro intervista di quel giorno è qua http://everydayndia.wordpress.com/2011/08/06/6-agosto-amantea-un-incontro-daltro-tempi/).

Io, Manuel ed Ugo ci siamo fatti quindi prestare i mezzi da inforcare,  tre rottami degli anni 80 di due misure più piccole e con i copertoni da strada, praticamente senza cambio. Ma l’importante era partecipare e divertirsi insieme agli altri partecipanti, circa 50 persone di ogni età su bici di ogni genere. Fatta la foto con il gruppo, i bergamaschi hanno regalato agli organizzatori un gagliardetto del CAI  per ufficializzare il “gemellaggio” e ringraziare dell’ospitalità. Il CAI BERGAMO è già stato promotore delle imprese dei nostri due amici e crede molto in iniziative costruttive di questo genere.

Finite le foto di rito è partito il giro. Dopo un breve tratto di asfalto siamo entrati nei campi e abbiamo trovato immediatamente le discariche. Tra le immondizie sinceramente mi sentivo a casa, quel vecchio odore di merda misto a campagna che mi porto dietro dal fiume Oreto mi fa sempre commuovere. Nei miei occhi scorrevano anche le immagini dell’inizio del mio viaggio estivo, quando le immense vigne marsalesi mi accompagnavano in silenzio nelle prime pedalate per risalire lo stivale.

Spesso si ritornava nuovamente in riva al mare, sulle basse scogliere e spiaggette dell’estrema costa sud del Paese, davanti a noi barchette di pescatori in rada a pochi metri dalla strada. Poi ecco Torre sibiliana, i margi Milo, Spanò e Nespolilla, la riserva naturale di Capo Feto, la torre “Ramisella” e i ruderi dei bagli “Salinaro” e “Don Federico”.

Sono passati secoli da quando, da questi solidissimi punti di avvistamento, si intercettavano le flotte nemiche. Si dice che per dare l’allarme di usassero segnali di fumo che venivano poi “inoltrati” di torre in torre in modo da innescare un rudimentale sistema di allarme a catena, che nel giro di neanche 20 minuti riusciva ad allertare le vedette di tutta la costa siciliana.

Al cospetto di queste costruzioni viene da chiedersi come abbiano fatto a restare in piedi dopo anni in balia dell’erosione dei forti venti stagionali, delle tempeste invernali e soprattutto, dell’eterna erosione del sale.

Questa, a mio avviso, è una delle più grandi risorse sprecate della zona. Ho avuto la solita impressione della miniera d’oro sulla quale hanno costruito un porcile.

La riserva di Capo Feto è stata una piacevole sorpresa. Se tutto fosse sistemato e pulito i ciclisti si potrebbero divertire alla grande e ammirare i canali e i ponticelli in tranquillità. Purtoppo l’essere una riserva sembra quasi penalizzare questo luogo. Infatti, giusto per remare contro, qualche locale non perde occasione per fare sfregio.  Come si può vedere da queste foto alcuni incivili hanno pensato bene di scaricare e bruciare rifiuti proprio davanti al cartello di divieto. Dalle nostre parti funziona così…del resto “perchè che è mia la riserva?”.

Vedendo i bambini, alcuni proprio piccolissimi, che pedalano accanto ai genitori in questo cunicolo di piante, terra e sale, schivando i lastroni di eternit e l’immondizia carbonizzata, penso che forse si abitueranno presto a questa condizione di “assenza di natura incontaminata”. Faranno come me, che dopo l’Oreto mi sa che devo trasferirmi in Canada 6 mesi per riprendermi i polmoni e rifarmi gli occhi. Certe volte, quando rimango in città per troppo tempo di fila, ho proprio l’impressione di appartenere alle discariche, non ai boschi o alle montagne. La puzza di città ti abitua, ti ritrovi a esserne assuefatto molto prima che dagli elementi naturali. Chissà loro, piccoli e piccolissimi, se pensaranno che il mondo è solo questo e si rassegneranno, o se imboccheranno un’altra strada?

Intanto apprezziamo chi si è messo a disposizione, chi ha creato l’evento e cerca di stimolare la sensibilità dei locali. Infatti queste manifestazioni in zone come quella di Petrosino non sono certo all’ordine del giorno. Qui è un’altra realtà culturale “rasa al suolo” che è abbandonata ai propri sforzi e che cerca, tramite associazioni e imprenditori pieni di buona volontà, di riattivare dei meccanismi che portino a una maggiore consapevolezza delle problematiche ambientali, economiche e sociali, ma soprattutto a un miglioramento della situazione.

“Ci siamo divertiti molto” dicono Ugo e Manuel, “la zona è bellissima, le torri affascinanti, la gente affettuosa e di grande ospitalità. E’ incredibile come a distanza di 2000 km ci siano differenze così grandi negli spazi verdi a disposizione. Al nord i bambini hanno parchi a volontà e ben tenuti, è un peccato che queste meravigliose campagne selvagge non siano valorizzate. Basterebbe forse controllarle di più, mettere qualche panchina, qualche cassonetto e vedi come viene la gente a vivere la riserva!”.

Purtoppo il problema è più complesso, ha radici profonde e per tirarle via il lavoro è secolare.

Ricordi di Cuba (2007) – “Il pesos della buena suerte”

Vorrei dedicare due racconti della mia esperienza cubana al mio amico Simone Sciutteri di Albisola (provincia di Savona) che ora si trova proprio in quel di Cuba, mentre il cielo sconquassa la sua regione, e al mio amico Martino Lo Cascio che mi ha seguito in quell’ esperienza che sembra ormai lontana secoli. Erano i primi esperimenti di avventura ed eravamo ancora più ingenui di adesso.

Come preambolo dico solo che eravamo andati a Cuba convinti che Fidel Castro, malato e appena divenuto ottantenne, stesse per morire, e volevamo fare un servizio sulla rivoluzione. Partimmo per raccontare e ci trovammo a sopravvivere. Mai sfidare Fidel Castro.

Questo è il primo racconto.
                                               “Il pesos della buena suerte”

-E ora che cazzo facciamo per due settimane senza un soldo?- chiesi a Martino rompendo il silenzio che durava ormai da diversi minuti. Scosse il capo e si alzò come al suo solito tirandosi su le maniche della maglietta.
-Quanti soldi ti sono rimasti?
-Pochi-
-Abbiamo ancora la tua carta no?
-La postepay? Si. Siano benedette le poste italiane. Comunque non ci sono soldi caricati.
-Facciamo due conti subito e poi dobbiamo trovare un telefono.
La cupola del campidoglio dell’ Havana ci guardava dall’alto con compassione. Eravamo come in gabbia. La piazza brulicante di gente sembrava osservarci come se fossimo bestie in agonia.
In quel momento li odiavo tutti i cubani, odiavo anche quella piazza . Odiavo me per non essere stato attento e Martino per non esserlo stato a sua volta.
Però in quel momento eravamo l’ uno l’ unica speranza dell’altro. Ci avevano appena fregato i soldi da cambiare, era il primo giorno all’Havana. Vivevamo la grande umiliazione di un furto avvenuto per una distrazione gravissima, da babbei.
Cominciammo a cercare un telefono. Ne trovammo uno che andava a scheda dentro un ufficio postale. Ovviamete, come tutto a Cuba, c’era  da fare una fila di un chilometro.
Faceva un caldo infernale, eravamo sudati e assetati. Dopo aver speso 20 Pesos per la carta telefonica,  gli ultimi soldi ci sarebbero bastati appena per tornare alla nostra abitazione e, forse, a mangiare per due giorni.
Riuscii a chiamare mia madre per dirle di mettere qualcosa sulla carta, le avrei restituito tutto al ritorno.
-Ma è possibile mai che te ne capita sempre una?
Sentire quella voce materna mi diede l’ energia necessaria per uscire dalla cabina senza svenire dal caldo. C’erano almeno 45 gradi là dentro e stavo lessando come una patata.
Ci tranquillizzammo un pò. Mi era rimasto un solo pesos a moneta, lo conservai, volevo tenerlo come ricordo. Avevamo poi qualche spicciolo di emergenza nelle tasche di Martino.
Arrivammo a casa distrutti a tarda sera dopo alcune ore di cammino. Avevamo fatto il turno per un pò di pane con delle donne cubane. In un supermercato, tra le pochissime cose in esposizione sugli scaffali quasi vuoti, avevamo scelto delle minuscole scatolette sospette con fagioli e carne di “UROGALLO”.
-Almeno mangiamo un pò di carne… proteine- disse Martino.
Aprimmo la scatoletta e cavammo via il contenuto in un piattino. Cadevano solo fagioli.
-Ma…e la carne?-
Finiti i fagioli si staccò dal fondo della latta un pezzetto di “carne” non ben riconducibile a nessun tipo di animale se non di una specie estinta o addirittura mitologica. Sembrava carne fossile. Era grande come una fetta di salamino, al suo interno si potevano riconoscere delle strane sfumature grigio chiaro simil-grasso.
Ricordo ancora il rumore sinistro e schifoso che fece quando toccò il piatto: “splat”. Avevo già sentito quel suono quando da bambino giocavo con lo Skifiltor, una gelatina verde muco fluorescente.


Tagliammo in due la preziosa provvista e la ingoiammo per ultima dopo i terribili fagioli. Quella roba avrebbe avuto un aspetto migliore in uscita, poche ore più tardi. Eravamo andati per documentare una rivoluzione e stavamo invece vivendo l’embargo sulla nostra fragile pelle di europei.
A notte fonda mi alzai per bere un pò d’acqua. I vicini di casa vivevano a stretto contatto con noi. Le due abitazioni erano separate da un muro poco più alto di due metri e da un incannucciato.
Per questo motivo ogni volta che il massiccio padrone della casa  accanto andava al cesso io lo sentivo tanto nitidamente che mi sembrava di averlo in braccio.
Neanche io quella notte li risparmiai da rumori sinistri comunque.
Mi svegliai verso le 10 riposato e ben intenzionato a cancellare il giorno passato. Martino era già in piedi da ore. Lo avevo intravisto aprendo un occhio verso le 5 del mattino che, come un fantasma, faceva su e giù per lo stretto corridoio.
-Ti devo parlare- disse con una faccia quasi sconvolta – stanotte è stata terribile.
-Io ho dormito bene invece, me ne sono fatto una ragione.
-Io ho avuto dei brutti pensieri, volevo tornare a casa da mio figlio. Ero come impazzito.
-Tranquillo ora ci facciamo un bel giro, sappiamo che dobbiamo stare attenti e non ci succederà nulla, non hanno più niente da toglierci del resto.

Uscimmo a fare un giro alla ricerca di posti dove vanno solo i cubani, tutto il resto era fuori dalla nostra portata.  Riuscimmo a trovare un internet point in centro città. Aspettammo almeno mezz’ora per entrare e trovammo la connessione lenta da fare impazzire. Bestemmiai ad alta voce tutto il tempo. Martino ogni tanto si girava e mi guardava imbarazzato, poi si rimetteva a scrivere.
Dovevamo partire entro due giorni o saremmo scoppiati. Quella città era stato un trauma e l’unico modo per passare avanti era andarsene, ma sapevamo che sulla carta sarebbero arrivati alcuni soldi solo il giorno dopo, e non potevamo ancora muoverci. Cominciò a pesare il fatto che fossimo soli contro tutti. Ancora non avevamo molta esperienza in quanto a solitudine e tutto pesava doppio.
Se ogni luogo che visitiamo rimane nella nostra memoria anche per gli incontri che si sono fatti,  sarebbe bastato un solo incontro felice per far posto all’Havana tra i bei ricordi.

Camminavamo sul lungomare senza una meta particolare, Martino sfogliava la sua guida in cerca di un museo.
-Effettivamente c’è il museo del Rum qua vicino.
-Martino, io odio i musei, e poi il rum mi fa cagare.
-Si in effetti anche a me.
Arrivammo per inerzia davanti al museo. Al banco della biglietteria un uomo stava spiegando a due turiste il programma della gita.
Quelle due turiste erano davvero affascinanti, erano madre e figlia, sole.
Entrammo con aria marpiona senza neanche averlo premeditato e cominciammo a fare i simpatici con il bigliettaio.
Il biglietto era ben 5 Pesos (5 euro circa) ma sia io che Martino ce la pensammo.
-Obiettivamente Martino, che  buttiamo a fare 5 Pesos che non abbiamo soldi neanche per mangiare? Voglio dire, neanche avendoceli i soldi ci entrerei…certo però…
-Però?
-Non so sento che magari dovremmo entrare…
-Si pure io…
-Senti facciamo a sorte.
Uscii dalla tasca il mio pesos souvenir, lo tirai in alto e lo afferrai con una mano.
-Allora testa si entra e croce si esce.
-Andata.
Aprii il pugno: testa. E testa fu.
Entrammo a pagare i tanto preziosi 5 pesos e andammo a sederci con le due turiste che attendevano che la guida formasse i gruppi per il giro nel museo. Loro non avevano idea della nostra condizione.
Inizialmente fu Martino ad attaccare bottone. La più grande delle due era sulla quarantina, una bella californiana con origini ebree, l’atra Adi, la figlia, era poco più piccola di me, bionda con occhi verdi.
La speranza di trovare un’amicizia femminile mi avrebbe trascinato ovunque in quel momento, mi serviva come l’aria.  Ci bastava solo parlare di altro con altri, dimenticare la nostra umiliazione per un pò.
Adi si dimostrò subito discreta e dolce, inizialmente forse un pò troppo riservata. Faceva la guida turistica in Nicaragua ed era in vacanza cn sua madre che non vedeva da sei mesi.
Il museo era l’ultimo posto dove andare, per due che non hanno soldi, ma quel giorno non avremmo potuto essere da nessun’altra parte per sentirci meglio.
La guida ogni tanto diceva  delle cazzate e io e Martino facevamo qualche battutaccia per farglielo notare suscitando le risate della gente.
Per esempio in una delle stanze c’erano tre piccole botti dalle quali sgorgava una sostanza che venne indicata dalla guida come alcool rispettivamente al 70% all’ 80% e al 90%.
-Per i coraggiosi che volessero provare abbiamo anche un bicchiere a disposizione.
Ovviamente scherzava, nessuno si fece avanti. Appena ci voltò le spalle andai ad assaggiare l’alcool. Era solo acqua sporca.
-Com’é?-chiese Adi.
-Beh, di certo è l’acqua più forte che io abbia mai bevuto in vita mia.
Rise e comunicò la cosa a sua madre che andò ad assaggiarla a sua volta.Tutte e due erano fantastiche, le classiche donne di buona famiglia pronte però a far baldoria. Adi ovviamente essendo più giovane era più estroversa, piena di energie, ed essendo più esperta del luogo faceva un pò da balia a sua mamma.
Martino era divertito da questo nuovo quartetto. Anche lui sentiva il bisogno di confrontarsi con qualcuno che non fossi io. All’uscita del museo avevamo già stretto una certa confidenza.
Le invitai a pranzo. Martino non era molto convinto, ma anche lui sapeva che ci avrebbe fatto bene. Quel pranzo significava rimanere a secco totale fino alla ricarica che non sarebbe stata di certo necessaria per viaggiare per altre due settimane. -Ci inventeremo qualcosa-, gli dissi.
Trovammo una  ex casa coloniale adibita a ristorante. Era ricca di verdi piantine sistemate lungo le pareti ammattonate con graziose mattonelle di porcellana azzurra. Un gruppetto suonava la salsa con due chitarre e un contrabbasso. Il nostro gruppo aveva già rotto il ghiaccio da un pezzo. Parlammo molto insieme, soprattutto per dimenticare il fatto che la carne che ci avevano portato sembrava un surrogato della Pirelli: gomma allo stato puro.
Non c’è cosa più bella del poter parlare in tranquillità, lontani dalle ansie. Ie Adi parlavamo dell’America, di Cuba, del nostro lavoro, mentre Martino si cimentava in inglese maccheronico su temi di alta psicologia, poichè la sua interlocutrice era psicologa, esattamente come lui. Ad un tratto si avvicinò a noi un uomo piuttosto vecchio, un mendicante. Aveva una magliettina rossa mal ridotta, un bastone di legno robusto e un sacchetto con delle cianfrusaglie di vario genere. Mi chiese un soldo, io ne avevo uno solo: il pesos che mi aveva fatto incontrare Adi e mi aveva portato fortuna.
Lo cavai fuori dalla tasca e gli dissi: “Signore ho solo questo, ma è un Pesos de la buona sorte”, lui sorrise e mi disse “grazie signore, speriamo nella buona sorte”.
Andò via con passo lento, senza fretta. Credo che quell’uomo non abbia mai avuto fretta nella sua vita. Comunicava un senso incredibile di calma e tranquillità. A dire il vero tutta la gente intorno a noi sembrava tranquilla e serena, solo noi sembravamo dei naufraghi.
Bestemmiavo dentro di me, tutto era sbagliato tranne la moneta della buona sorte. Per fortuna basta poco a volte per rimediare ai propri errori, imparammo una lezione che mi porto dentro ormai come una legge.

Presto il racconto di Baracoa e della finca di Guantanamo, dove trovammo la nostra ragione di essere a Cuba, le strategie del sopravvivere senza soldi e dove capimmo, sempre a spese nostre,  cosa significa essere sotto una dittatura come quella.


La musica che capisco persino io

Parliamoci chiaro, io in campo musicale sono una capra. Persino quando mi parlano di alcuni gruppi o grandi artisti cado dalle nuvole, mi sento mia nonna a un convegno della NASA.

Però ci sono musicisti che ho la fortuna di conoscere di persona, che con la loro musica mi fanno stare bene a tal punto da pensare che ancora il mondo una speranza ce l’ha. Tra questi Kristian Cipolla e i SeiOttavi che seguo ormai da anni come fan, amico e quando posso come sostenitore.

Giovedì sera  l’ Accademia Musicale Mediterranea di Carini,  ha portato un giovanissimo cantautore, Renzo Rubino che ha intrattenuto al Mikalsa, nota birreria palermitana, un pubblico appassionato e ipnotizzato dallo spettacolo. Allo show hanno preso parte anche i SeiOttavi nell’esecuzione di un pezzo molto divertente. Il tour si è spostato poi in quel di Carini ieri sera, per la seconda tappa in Sicilia e con lo stesso successo di sempre.

Il buon Renzo e il suo gruppo hanno energia e talento da vendere e sono sicuro che ne sentiremo parlare presto ad alti livelli. Di certo sono in buone mani, il loro produttore è Andrea Rodini, Vocal coach di fama che ha già lavorato con artisti come Arisa e Nathalie, insieme a MORGAN durante X FACTOR 2, nonchè vocal coach x SANREMO LAB. Renzo è un autore carismatico e di grande stile, che con la sua orchestra di personaggi altrettanto egocentrici e brillanti riesce a  trasmettere emozioni e a coinvolgere gli spettatori già dal primo pezzo.  Qualcuno ci vede delle somiglianze con Capossela, ma non saprei dirvi, se no non avrei fatto il discorso sulla mia cultura musicale e su mia nonna alla NASA come incipit.

Oltre al grande valore musicale comunque, questi momenti di “festa”, mi piacciono perchè portano sempre una fresca pioggia di idee che sbocciano in nuovi progetti. Proprio con i SeiOttavi per esempio, molto prima della partecipazione a Xfactor e dei loro successi all’estero, avevamo presentato insieme i nostri lavori (il mio primo libro “Era meglio se dormivo”  e  il loro primo disco “In Onda”), nei locali della Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo. Sono passati diversi anni, ma da quella scintilla sono scaturite altre bellissime collaborazioni, fino a quest’ultima, organizzata nei minimi  dettagli da Kristian Cipolla.

Penso che si stiano creando delle realtà artistiche da “last survivor”, ovvero persone che pur di fare si spaccano in quattro, che non si arrendono, che organizzano serate come manager e poi si caricano le casse del service sulle spalle come facchini. Passano giornate intere a tessere nuove reti di contatti, a creare nuovi ponti, e ad aprire nuove strade.  Il tutto in un clima di ostruzionismo istituzionale, in un periodo di totale stasi economica e culturale.

I loro “prodotti” possono poi piacere o non piacere, ma penso sia indubbio il fatto che se ancora in città (parlo di Palermo chiaramente) c’è la possibilità, anche minima, di scegliere di vedere un bel concerto piuttosto che un altro, lo dobbiamo a ragazzi così, e per fortuna ce ne sono diversi.  Questo vale anche, a mio avviso, per chi fornisce gli spazi affinchè ciò avvenga, come ha fatto in questo caso il Mikalsa di Lorenzo Quattrocchi, che lavora in un settore difficilissimo e ha a che fare, insieme a tutti i suoi colleghi italiani, con le quotidiane sprangate sulla testa del fisco, con uno Stato che ti può mandare in galera per un concerto fatto nel momento sbagliato, e con certa gente che è meglio perderla che trovarla. Nonostante tutto li trovi sempre là, a lavorare quando sembra impossibile lavorare.

Ben vengano queste serate, per gli appassionati e i semplici ammiratori come me, perchè sono piccoli mattoni di futuro piazzati bene a terra in una città rasa al suolo.

Del resto, ti potranno levare anche le mutande, ma le idee e la dignità, per fortuna, non te le può togliere nessuno.

ORETO URBAN REPORTAGE-LA FINE

Rientro in acqua nel mese di Aprile del 2011. Una brutta frattura trimalleolare scomposta alla gamba destra, durante un banale allenamento di pallamano, mi ha costretto a un recupero di quasi sei mesi tra operazione, fisioterapia e palestra.

In quest’ultima fase, il lavoro costante e severo dell’amico massoterapista-chinesiologo Lorenzo Padalino della palestra Divina di Palermo, mi ha fatto recuperare quasi completamente il tono muscolare e l’equilibrio. Mi ha fatto buttare sangue, ma è servito. Durante le sofferenze e le sedute quotidiane, il pensiero di tornare nel fiume è stato l’unico punto fisso all’orizzonte al quale guardare per guarire in fretta e bene.

Del resto, pensavo, Lance Armstrong è tornato a correre e vincere dopo un cancro tremendo…perchè mi dovrei lamentare delle mie viti nella caviglia?

Con l’emozione di chi torna a camminare dopo tanti mesi, entro nell’Oreto in una mattina fredda e grigia. L’odore di fogna e merda tipico del fiume mi fa capire di essere tornato in un luogo  a me molto familiare.

Questa sarà la tappa della fine della risalita vera e propria e mi porterà non alle sorgenti, sul quale c’è da fare un discorso più articolato, ma nel punto esatto in cui le acque che sgorgano dal terreno si uniscono in un unico fiume.

Il bacino idrografico dell’Oreto ( 130 kmq circa) è infatti un sistema complesso di vari rigagnoli e torrentelli che, come piccoli capillari, confluiscono verso un unico letto più grande che convoglia le acque fino al mare.

Da Fontana Lupo e dal torrente di Altofonte “canale delle acque del Parco”, che ho già superato nelle scorse due tappe, arriva di certo un discreto contributo di acqua, ma le due principali “strade” che danno vita a quello che poi vediamo scorrere sotto il ponte Filicino nella valle sotto Altofonte, sono il Sant’Elia che scende da Pioppo, e un altro torrente sul quale sto cercando notizie più concrete, ma che dovrebbe essere il Torrente Barone. L’incontro avverrebbe sotto il piccolo rilievo collinare chiamato Cozzo Meccini. Presto avrò comunque delle mappe più attendibili. Per le sorgenti più alte del fiume bisognerebbe risalire quindi questi due corsi minori, ma  poichè non vale la teoria del  “serpente con la coda più lunga” è inutile inseguire l’affluente che nasce più lontano, poichè la mia non è la risalita di un intero bacino idrografico, ma di un singolo fiume. Per la cronaca, ufficialmente (fonti Wikipedia) le sorgenti principali sono: Api, Alloro a Vigna d’Api, Villa Renda, Santa Maria e Fontana Lupo e i principali affluenti il Torrente dei Greci, il Vallone Piano di Maglio e il Vallone della Monaca.

Durante questa tappa attraverso un certo dislivello, evidenziato da altre belle cascatelle e da una in particolare, l’ultima a partire dalla foce, alta più o meno 4 metri.

Tutta la risalita finale è caratterizzata da un ambiente piuttosto selvaggio, ma purtroppo sempre inquinato. La presenza di “torte di schiuma” alte anche 20 cm, nelle piccole insenature lungo le rive, è un segnale chiaro di come fertilizzanti e scarichi domestici provenienti da  Pioppo e dalle contrade adiacenti, inquinino tutto il tratto del fiume fino ai comuni di Altofonte e Monreale che ci mettono poi “il carico”.

Trovo addirittura delle siringhe abbandonate in mezzo a un cespuglio di rovi che raggiungo dopo ore di cammino e di machete.  E’ possibile che siano arrivate con qualche ondata di piena o che siano state lasciate da qualcuno che,  giunto chissà quando da una strada o da una villa nei dintorni, evidentemente in un periodo in cui la vegetazione era meno fitta,  si sia fatto di roba lasciando tutto il necessario per terra. Ancora una volta devo sbracciarmi con il machete per aprirmi un passaggio ed evitare di nuotare nei laghetti puzzolenti nei quali galleggiano bottiglie e pezzi di polistirolo.

La mia caviglia è ancora sensibile alle storte e le rocce sono più scivolose del solito, quindi  devo fare il triplo dell’attenzione. Ho ancora vivo in corpo il ricordo dei dolori dei due giorni dopo l’operazione e non ho molta voglia di tornare in ospedale.

Eppure cado di frequente come un cetriolo tra le rocce, ammaccandomi qua e là come non avevo fatto mai durante le altre tappe.

Chissà come mai in questo periodo (o in questa zona, non saprei a cosa attribuire il problema) le rocce sono così viscide che sembra di pattinare sul ghiaccio.

Un paio di volte cado all’indietro sui massi bagnati, con la gamba destra incastrata pericolosamente in posizione innaturale, ma a parte qualche dolore articolare provvisorio non succede nulla. Questo mi incita a continuare.
Lo sblocco mentale definitivo arriva nella parte più delicata.  Il superamento della cascata a qualche centinaio di metri dall’ Acqua Park.

E’ uno spettacolo bellissimo, la roccia è calcarea e chiara, l’acqua viene giù abbondante. Forse il salto non è più di quattro metri, ma la parete da scalare è un pò più alta. La base è viscida e nella fessurona centrale che sale dal basso fino alla “cima” la roccia è un pò “rotta”. Avrei potuto cercare altre strade per vedere l’Oreto, ma la scelta di risalirlo camminando nelle sue acque mi impone anche di scegliere la via più diretta in caso di ostacoli del genere, nei limiti delle mie forze.

Non sarà che un blocco di quarto/quinto grado al massimo, ma per la mia preparazione in materia, l’assenza di sicura, e una cascata che mi scorre sotto i piedi è un momento delicato. Psicologicamente è il primo “esame” dopo la riabilitazione. Recupero il canottino fino alla base della parete assicurandolo con una cima alla cintura, sistemo il bastone nell’insenatura davanti alla mia faccia per poter mantenere le mani libere e cercare appigli.  Gli appoggi sono due buoni terrazzini in cui mettere mezzo piede, si prosegue poi con altri due passi facili e ben ammanigliati, poi però bisogna scavalcare la “pancia” che viene in fuori. Qua si è già a una seconda/terza rinviata, facendo il paragone con un monotiro da falesia, e bisogna stare attenti. Riesco a uscire un piede dalla fessura e a metterlo in aderenza con lo stivale bagnato che ovviamente non tiene. Consapevole di avere la tecnica di un tricheco cerco di ricordarmi qualche trucco per scavalcare la pancia sulla quale sono ormai spalmato, e finalmente trovo una sporgenza che può tenere il mio peso mentre spingo con la punta del piede destro e posso cercare con la mano sinistra i sicuri maniglioni sotto delle erbacce.

Finalmente, usando forse un pò troppo le braccia per la foga, riesco a tirarmi su. Urlo di gioia. Nel trailer si vede bene la cascata e la soggettiva. Il video integrale si vedrà nel documentario. Faccio le mie riprese, mi godo il momento, poi rimetto lo zaino in spalla, recupero il canottino e riparto.

Pian piano il dislivello diminuisce e, alle mie spalle, appare nitido rilievo della Moarda di Altofonte. Ripercorro con la mente tutte le tappe e tutti i momenti più belli della risalita, pochi in realtà. Se ci penso bene ho nuotato più nella merda che nell’acqua e credo che la questione si risolverà solo quando l’uomo si farà da parte, probabilmente annientato dalle sue stesse diavolerie, in un futuro non troppo lontano.

L’unico pensiero che mi rasserena è proprio che l’ Oreto sarà ancora qua quando noi non ci saremo più e in breve tempo si riprenderà i suoi spazi ripulendosi dalle nostre tracce.

Nella sua arroganza l’uomo è convinto di poter controllare, contaminare e poi pretendere di salvare gli elementi, senza considerare che fiumi, mari e montagne sono entità eterne e il più grande crimine che si può commettere è stare al mondo senza ammirarle, ignorando la loro potenza e sottovalutandone la severità.

Scorgo delle case sulla collina alla mia destra, sembra ci sia un residence. Credo che Pioppo sia vicino. Le immagini satellitari che ho visto online mostrano un paese addossato alla montagna alla destra del fiume, dovrebbe essere proprio Pioppo o la contrada Fiumelato.

Ecco quindi un bivio. Il fiume si spezza inequivocabilmente in due tronconi, a sinistra verso La Montagnola e a destra verso Pioppo e Pezzingoli.

Prendo a destra, ma rimango nel dubbio. Considerate le dimensioni di questi due torrentelli il fiume Oreto è appena terminato, o meglio è qua che prende il nome Oreto e soprattutto diventa un fiume. Il torrentello che imbocco passa sotto il parcheggio dell’ Acqua Park ed è un ricettacolo di zanzare e immondizie. Passo sotto un ponte alto di pietra. Alla mia destra, da una stalla esce un cavallo bianco stupendo. Ci guardiamo a lungo incuriositi.

Poi il cavallo si avvicina, rimane un attimo ancora come per salutarmi e sparisce dietro una baracca in lamiera. Continuo a camminare verso un altro ponte più piccolo. L’acqua è nera in certi tratti, come nel tremendo pezzo di Villagrazia, sono stufo devo uscire.

Trovo il ponticello di pietra dal quale si affaccia l’amico Giuseppe Battaglia che ancora una volta mi è venuto a recuperare. Uscire dal torrentello è abbastanza complicato. Devo risalire una sponda usata come discarica e spostare una serie di cartoni bagnati e una rete matrimoniale piuttosto pesante che è messa in bilico su delle latte arrugginite. Si avvicinano i soliti curiosi “ma lei che sta cercando?”, e io “niente sto facendo un reportage sul fiume Oreto”, e quelli “qua è Fiumelato comunque…si in effetti è tutto sporco sto fiume dovrebbero pulirlo!”.

La solita lamentela dei locali che  mi dà la nausea. Ma chi pensate che le abbia buttate quelle cose nel torrente? Quando sento la filastrocca del “potrebbe essere un paradiso, ma è una discarica” ormai ho i brividi di freddo. Si dice che i poveri villeggianti sul fiume si lamentino dello stato delle acque, ma io sono testimone che gran parte di loro, non solo usa l’acqua dell’Oreto per irrigare i campi, ma ci scarica anche dentro abusivamente. Funziona così: io aspiro l’acqua con una idrovora e la spruzzo nei miei frutteti, e venti metri dopo piazzo lo scarico del mio bagno, così faccio un “lavoro pulito”.

Più a valle fa così anche il mio vicino che però nei campi butta l’acqua della mia fogna e scarica poi la sua più in giù…e così via.

Chissà quindi, dato che la frutta di quei campi viene poi venduta o utilizzata per consumo domestico, quante sono le persone a rischio malanni per aver ingerito alimenti altamente inquinati. E chissà l’ultimo della catena che prende l’acqua più a valle…

Si pretende che “le istituzioni” ci salvino dalla nostra stessa criminosa stupidità e c’è il solito assistenzialismo che non porta a nulla, come del resto la filosofia del “perchè, che è mio??”.

Inquinare il fiume che passa sotto la propria villa per risolvere velocemente un problema e poi aspettare che un giorno passi qualcuno a pulire tutto e a sistemare le cose è come attirare i ladri nel proprio negozio e aspettare che arrivi batman. I nostri avi si staranno rivoltando nella tomba.

Una cosa però ho capito. Che continuerò il progetto Oreto anche dopo l’uscita del video Urban Adventure e che il film sarà composto da due capitoli, il primo sull’esplorazione del fiume e il secondo sull’inchiesta e sulle responsabilità inerenti al caso. Il tutto durerà circa 60 minuti (30 a capitolo).

Non mi aspetto certo che dal mio lavoro nasca qualcosa di concreto, anche se manderò video e reportage alle autorità addette ai lavori, mettendo a loro disposizione gratuitamente il materiale da me raccolto.

Non credo neanche che la comunità palermitana vedendo il documentario, online gratuitamente sul mio sito, si preoccupi più di tanto. Qualcuno dirà “e che c’è di nuovo?”, qualcuno si indignerà, qualche altro magari aggiusterà lo scarico della sua villa, ma non cambierà nulla ugualmente.

Io ho però imparato tanto e ho avuto modo di “parlare” con il fiume, di interagire con esso, di ascoltare i suoi suoni e le sue melodie spesso simili a un lamento. Ho scoperto il mio Oreto, ho vissuto intensamente questa esperienza e ne sono felice, sebbene io sia consapevole dei rischi che si corrono a nuotare in certi ambienti malsani.

E’ vero, forse nel mondo non ci sono più terre vergini da scoprire, ma vicino casa ci sono tanti luoghi che sono stati dimenticati, nonluoghi, che dopo anni di abbandono sono irriconoscibili e vanno riscoperti per soddisfare il nostro innato senso di ignoto. Questa è la Urban Adventure.

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About me

Igor D'India Freelance Videomaker per Alcolica Creative Adventure Chi sono, cosa faccio, perchè non me ne sto a casa?: Agli inizi ho effettuato reportage in zone di guerra (Bosnia, Caucaso, Sahara Occidentale ) o poco conosciute come la “finca” cubana nella regione di Guantanamo. Qualche passaggio in Asia e Africa con una vecchia Y10 e un equipaggio di folli (in senso positivo) ha arricchito il quadro delle avventure in luoghi non proprio raccomandabili. Queste esperienze sono state per me una formazione indispensabile per le avventure "domestiche" venute in seguito. Lo scopo dei miei lavori è spesso raccontare una spedizione (solitaria o in team) o un importante avvenimento verificatosi nel luogo che si attraversa, con pochissimi mezzi a disposizione. Lo stile è quello degli esploratori/documentaristi di un tempo: imprese difficili con mezzi improbabili. Forse non sarà rimasto niente da esplorare, ma si possono fare esperienze straordinarie anche dietro casa se si affrontano in un certo modo. Supporti tecnologici troppo avanzati, ad esempio, possono contaminare l'approccio onesto all'esperienza e rovinarne il senso. Dove si è da soli davanti all' ignoto e dove si pagano cari gli errori commessi, il successo (senza trucchi) garantisce una maturazione personale più rapida delle esperienze ordinarie. Se poi le cose vanno in merda o è colpa tua o dell' imponderabile. In tutti i casi ci si trova sempre a dire "ma chi me lo ha fatto fare?". I ricordi te li godi dopo anni, grazie alla cara amica memoria e a una fresca birra con gli amici, ma evidentemente ne vale la pena.

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